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Le edicole votive a Boiano
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Circoscriviamo la nostra lettura delle edicole votive a quelle di Boiano, da qualche paese bisogna pur iniziare, è troppo impegnativo estendere l’analisi all’insieme di quelle presenti nel Molise in quanto sono tantissime. A questo proposito, a proposito della ricchezza di edicole sacre che arricchiscono l’immagine dei borghi tradizionali molisani si ritiene che tale tema meriti uno studio approfondito da parte di enti di ricerca e di istituzioni pubbliche a fini di catalogazione, tutela e valorizzazione. Quello che si sta qui a esporre è, dunque, un contributo ad una simile, auspicabile indagine complessiva. Preambolo di carattere generale cui segue un approfondimento di carattere particolare neanche per il quale, pur se un ambito ristretto, risulteremo, comunque, esaustivi.

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Nel capoluogo matesino le edicole devozionali sono in ceramica dipinta, prevalentemente però poiché ve n’è anche una (beninteso tra quelle che si è riusciti a scovare, non c’è la pretesa di averle rintracciate tutte) costituita da una nicchia nello spessore murario contenente un quadro raffigurante la Madonna, o almeno così sembra in quanto essendo posta assai in alto non è possibile scorgere bene la figura. Ci soffermiamo su questa edicola per mettere a fuoco alcune tematiche che riguardano anche le altre, per cogliere la “regola” occorre l’ “eccezione”. La prima tematica è quella dell’altezza da terra dell’edicola in relazione alla quale dovrebbero (di regola ma questa lo si ricorda è un’eccezione risultando troppo piccola l’effigie religiosa per il piano in cui sta che è il terzo) mutare le dimensioni della stessa, più è a quota elevata più è necessario che l’immagine sia grande per garantirne percettibilità; il paragone opportuno è con le iscrizioni parietali in cui il formato dei caratteri del testo aumenta se la lapide è collocata distante dal terreno. L’edicola nella nicchia ci dice anche altro, a cominciare dal fatto che essa è quasi sicuramente contestuale alla casa, appare difficile che sia un incavo successivo alla costruzione del setto murario, e proseguendo con la faccenda che la concavità protegge dalle intemperie la statuetta o il quadretto che sia; solo alla terracotta invetriata, ossia ceramica, la quale non subisce la degradazione da parte degli agenti atmosferici è consentito stare a filo di parete. Trovandoci nel centro bifernino in riguardo a ciò che si è appena detto vale la pena fare la seguente annotazione: neppure l’affresco resiste alle intemperie eppure il pure competente poiché professore di disegno architetto Gentile ha dipinto con questa tecnica due ampi riquadri sul fronte di una palazzina in corso Amatuzio i cui colori in meno di un secolo si sono sbiaditi. Ricapitoliamo, l’edicola a nicchia ci ha portato a parlare di edicole inserite nello spessore della muratura e peraltro coeve ad essa, della collocazione lungo la verticale del prospetto in relazione alla quale cambia la grandezza dell’opera e anche il significato, lo aggiungiamo ora, che non è più quello di un’edicola a devozione collettiva, per così dire, quando le persone riescono a malapena a capire di quale divinità si tratti essendo situata troppo in su sulla facciata, della materia di cui sono costituite relativamente alla sua “resilienza” rispetto alle condizioni climatiche.

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Può sembrare troppo lungo il tempo che abbiamo dedicato, nell’economia del discorso, a questa singolarità e invece non è tempo perso, anzi, in proiezione futura, è risparmiato perché ci eviterà nel prosieguo di doverci attardare sui temi già affrontati nell’esame dell’edicola a nicchia, argomenti ineludibili in una discussione sulle edicole. Per quanto riguarda le edicole in ceramica iniziamo puntando l’attenzione proprio sul materiale che le caratterizza. La Chiesa adopera per la divulgazione del messaggio cristiano qualsiasi supporto, dal legno o terracotta o marmo nelle sculture, all’intonaco “a fresco”, tele, tavole per i dipinti, alle stoffe per gli arazzi con soggetto religioso, al vetro nelle vetrate istoriate, ai mosaici, ai minerali preziosi, l’oro e l’argento, specie per i reliquiari, all’argilla per i bassorilievi e, appunto, per le piastrelle delle edicole votive (c’è, in effetti, anche la carta per le miniature). Ogni sostanza enumerata ha un suo campo di applicazione definito che per la ceramica è quello, salvo che per le pavimentazioni interne, dell’esterno degli edifici. Ad ogni specialità artistica, tra cui l’arte della ceramica, corrisponde una specifica bottega con maestranze specializzate. Il numero abbastanza limitato di edicole votive presenti in Boiano fa escludere che provengano da officine di ceramisti attive in loco, così come l’argilla che deve essere di particolare qualità non è quella che si estrae da cave del posto, idonea specificatamente per le pincere dell’omonima località. Occorrono artisti esperti 

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 anche in materia di iconografia, capaci di individuare gli attributi identificativi dei Santi, Pasquale e Francesco Saverio, dell’Arcangelo Michele e delle Madonne, qui sono 2 ognuna con un proprio appellativo corrispondente ad un predefinito canone iconografico. Le Autorità ecclesiastiche non ammettono licenze poetiche ovverosia artistiche l’unica libertà concessa agli autori è nell’espressività dei volti. Le edicole votive in ceramica nell’area boianese sono di fattura analoga e ciò fa pensare che esse siano databili alla medesima epoca, non troppo remota visto il loro ottimo stato di conservazione. Oggi forse perché siamo letteralmente bombardati dalle immagini tanto da diventarne assuefatti non riusciamo a cogliere a pieno la carica emotiva che vi è dietro queste rappresentazioni, il sentimento di devozione che suscitano quale quello per S. Egidio cui è dedicata un’edicoletta nella borgata Mucciarone prima che inizi l’erta salita che i pellegrini affrontano per raggiungere l’eremo dove visse.

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Ancora 2
Il mercato a Bojano
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Parlando di mercati al minuto, quindi non di quelli all’ingrosso che, del resto, nel Molise non esistono, si può sicuramente dire che Boiano costituisce il luogo di mercato più importante per una ampia parte del Molise centrale. Il mercato di Boiano ha la prevalenza sugli altri mercati della zona tanto in relazione alla quantità di merci vendute quanto rispetto alla varietà dei prodotti. Qui si vende di tutto, dai capi di abbigliamento ai complementi di arredo agli alimentari. Se questi ultimi, è ovvio, hanno clienti residenti, oltre che nel capoluogo matesino, nei paesi circostanti, le altre tipologie di merci sono oggetto di acquisto anche da parte di chi vive più lontano. Mentre nelle città in prevalenza è per i generi commestibili che si è conservata la forma del mercato e per comprare un vestito da un venditore ambulante ci si deve recare necessariamente nei quartieri periferici che hanno un carattere popolare, a Boiano persiste il mercato misto come si verifica, in genere, nelle zone rurali. 

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Di rurale Boiano ha anche la cadenza settimanale del mercato, il giorno stabilito è il sabato, che è una consuetudine tipica dei piccoli centri; nei centri maggiori, si pensi a Campobasso, si fa infatti mercato quotidianamente sia pure, è il caso di corso Bucci a Campobasso, non in una sede autonoma ma utilizzando una strada che nel pomeriggio svolge una diversa funzione, e ciò è esattamente quanto avviene pure a Boiano. Boiano non è un centro grande, ma rimane pur sempre il centro prevalente nell’area e perciò ha una notevole capacità di attrazione commerciale. Il mercato è situato nella piazza più grande che è il cuore della cittadina; inoltre questa piazza, piazza Roma, è attraversata dalla strada principale, la vecchia Consolare dei Pentri, e punto di passaggio e quindi di sosta degli autobus extraurbani. Intorno a questa piazza e nelle vie immediatamente adiacenti sono concentrate le attività commerciali e, a volte, questi negozi aprono banchi sulla strada in occasione del mercato per esporre la propria merce. Si può dire che è in queste circostanze che diventa leggibile quel processo che ha portato nel corso del tempo le bancarelle all’aperto a trasformarsi in negozi al chiuso. Il negozio con ampia vetrina che consente di poter mostrare i prodotti deve essere stato un modo per allontanare i banchi di vendita dalla strada e così dal rumore e dal traffico. È l’introduzione delle vetrine, perciò, a modificare l’organizzazione degli spazi per il commercio così come sono le coperture vetrate a permettere la nascita dei centri commerciali i quali possono essere definiti mercati a più piani. I negozi si distinguono dai banchi di vendita tradizionali anche per la ricercatezza nell’allestimento dei locali, che prima, poiché all’aperto, non rappresentava un’esigenza. Con questo non si vuole affermare che si trascurano nel mercato le esigenze di un’accattivante esposizione dei prodotti perché e ciò vale anche per il passato il momento dell’acquisto è spesso un momento frivolo non legato alle necessità domestiche.

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Ci si reca al mercato non esclusivamente per fare spesa, anzi chi va a Boiano al mercato a volte non compra nulla: è la stessa cosa che “fare lo shopping”. Il mercato è per molti il luogo del mostrarsi e dell’incontro; girare per le bancarelle è un modo per evadere dalla monotonia quotidiana. Se questa era fino a qualche decennio fa una realtà generalizzata, oggi è rimasta una abitudine per gli ambiti rurali e per i quartieri popolari dove si continua ad andare al mercato. Sono queste le uniche zone dove la vita di strada è ancora sentita e, di conseguenza, il mercato che appartiene per sua natura alla strada è tuttora accorsato. Esiste una autentica cultura della strada con tutte le sue connotazioni, positive e negative, che si ritrovano anche nella frequentazione del mercato. La strada, e di riflesso il mercato, permette di stabilire rapporti tra gli individui, di conversare, di stringere legami e, in definitiva, assicurare una forte coesione sociale. Dunque il mercato ha anche una funzione di coagulazione della comunità locale e pertanto occorre garantire la sua prosecuzione nel futuro. Uno strumento per raggiungere tale obiettivo è lo strumento urbanistico comunale. Il piano regolatore redatto secondo i criteri della tecnica urbanistica non riesce a cogliere la specificità dello spazio del mercato perché faticano a ricondurlo ai modelli di progettazione urbana codificati nei manuali. Gli architetti incaricati della redazione del PRG di Boiano riescono a vedere il luogo del mercato come qualcosa di simile ad uno slargo, ad un incrocio di strade e, quindi, come un punto di confluenza del traffico. Quando un urbanista programma gli spazi aperti in una città pensa alla loro quantità, cioè alla superficie, ma dà meno peso alla destinazione d’uso, in altri termini alla qualità. È difficile che in uno strumento urbanistico si trovi tra i simboli in legenda delle carte di progetto quello di «piazza del mercato». Qualora, invece, c’è la previsione di una piazza del mercato essa non potrebbe che essere la conferma dell’uso di un certo luogo già destinato all’attività commerciale. Infatti è impossibile decidere a tavolino, seppure su un tavolo da disegno, la creazione di un mercato.

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 La cultura architettonica impostata sullo studio delle realtà urbane più grandi non ha i mezzi scientifici per individuare spazi idonei per il mercato,
per saper cogliere i suggerimenti che vengono dai luoghi capaci di rivelare la loro propensione ad ospitare un mercato. Mentre è facile cogliere quelle parti dell’insediamento che funzionano male non rispondendo ai comportamenti abituali dei cittadini che li frequentano si dà per scontato il funzionamento appropriato dei luoghi che sono conformi alle esigenze degli abitanti. Se è importante vedere ciò è necessario comunque anche un continuo controllo dell’adeguatezza dei luoghi, come quelli del mercato, perché la funzionalità si trasforma nel tempo mutando le condizioni economiche e sociali.

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Ancora 3

LE SCUOLE DI CORSO AMATUZIO

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Boiano, pur avendo via via nel tempo perso importanti attributi direzionali (è stata in origine capitale del Sannio, poi municipio romano, e successivamente cattedra vescovile), in cuor suo continua a nutrire l’orgoglio di essere il centro primario dell’area matesina (chissà se diventerà il capoluogo del parco nazionale). La sua supremazia nel circondario oggi è legata all’insistenza all’interno del perimetro comunale di tre funzioni essenziali: quella sanitaria, la presenza di Villa Ester, quella commerciale, lo svolgimento del tradizionale mercato settimanale oltre ad ospitare alcuni supermercati, quella formativa, vi sono più scuole superiori. Ci soffermeremo a lungo sull’ex Magistrale come vedremo in seguito. Le va riconosciuto, dunque, il suo status superiore rispetto ai paesi dell’intorno, ma per un agglomerato di così illustre lignaggio le ambizioni non si limitano a voler prevalere in un ambito sub-regionale, ma si estendono a quello regionale. L’orgoglio si alimenta a tale livello della sussistenza qui della predetta clinica privata che Comuni con popolazione di dimensione rapportabile e che sono stati anch’essi sede di Pretura e della direzione di Comunità Montane, Riccia e Trivento, non hanno. Per quanto riguarda poi il mercato del sabato neanche Campobasso accoglie uno così grande, l’intera piazza Roma peraltro assai vasta. Rimane da vedere se per le scuole superiori c’è motivo che il centro del Matese molisano si senta particolarmente fiero. In effetti, la distribuzione degli istituti di istruzione segue criteri dettati dai Provveditorati, la loro localizzazione non dipende dalla volontà locale. Ci sarebbe quindi poco di cui vantarsi dell’esistenza in quella realtà locale di un tipo di offerta formativa, ragione di vanto potrebbe essere la qualità estetica del fabbricato; il capoluogo della regione afferma la sua primazia con la Casa della Scuola bella per i bolognini in facciata con la quale il manufatto scolastico boianese non può competere in bellezza. La competizione, comunque, in questo settore è in piedi e l’insediamento bifernino è abile a spostarla dalle aule, per così dire, alla struttura per la residenza degli studenti. Qui è in sede propria, una fabbrica appositamente costruita, mentre altrove è in sede impropria, salvo il caso del Convitto Nazionale M. Pagano, che è un’altra storia.

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È uno stabile con i mattoncini a faccia vista e le cornici ogivali delle aperture che rimanda alle costruzioni medievali rivisitate in epoca vittoriana, uno stile speciale denominato old england; per la sua veste formale costituisce un immobile di prestigio che impreziosisce il panorama urbano. È nato in virtù di un gesto di mecenatismo e, però, seppure privato è ad uso della collettività. Si potrebbe obiettare che per sfidare qualcuno occorre che il campo di “battaglia” venga scelto di comune accordo tra i competitors: il collegio oggi non sembra rientrare tra le dotazioni standards, quindi non un terreno di gioco condiviso, mentre in passato era un fabbisogno essenziale date le difficoltà nei collegamenti intercomunali che rendevano obbligatoria la residenzialità degli allievi. Il convitto è di maggior pregio formale della scuola, è un’architettura meritevole di essere sentita quale una gloria cittadina, ma la seconda lo sopravanza per valore simbolico.

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Per la sua stessa grandezza fisica rappresenta la conquista dell’accesso all’istruzione di persone di ogni ceto sociale, anche di sesso femminile (le maestre dell’Istituto Magistrale), e per ogni grado di istruzione. La valenza semantica di luogo di crescita culturale della gioventù è riconosciuta a livello di comunità, una sorta di templio del sapere che in quanto tale, come si conviene ad un templio, non può subire contaminazioni esterne. Esso, per tale questione dell’aura sociale, deve sorgere isolato, in un lotto a sé stante circondato da strade. È un privilegio che non tocca al convitto il quale da un lato è contiguo ad un caseggiato. La prerogativa di costituire un’isola nel tessuto urbanistico la condivide solo con il municipio. La sua carica di rappresentatività impone che detto volume sia collocato in un luogo centrale dell’abitato e, perciò, è posizionato lungo, nodale rispetto alla stessa, la principale arteria urbana; la casa municipale, è doveroso dirlo, in più ha l’affaccio sulla piazza, sempre Roma, che è il cuore, anche per la sua presenza, della città limitandosi la scuola a prospettare, uno spigolo, su un quadrivio. C’è da aggiungere che l’edificio scolastico rimane un simbolo nonostante che ormai abbia cessato di funzionare e ciò, è da presupporre, perché esso non ha mai cambiato destinazione d’uso fin quando non è stato chiuso, non ha acquisito nella sua vita attiva, adesso è pensionato, un significato diverso per la gente del posto. Non è stato inteso quale “contenitore” disponibile ad accogliere qualsiasi attività, mettiamo uffici comunali senza compiti strategici in occasione di terremoti per cui non necessitanti di parametri di sicurezza sismica altissimi. Pur vuoto, essendo andato in pensione, nella memoria della cittadinanza, di certo degli individui non più giovanissimi, rimane la scuola per antonomasia.

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Il paragone opportuno che mette in risalto, per contrapposizione, la peculiarità del fabbricato per scuola come segno identitario è con i magazzini di vendita, la cui insistenza nel territorio civico di Boiano è uno dei fattori, lo abbiamo detto all’inizio, della sua preminenza nel sistema insediativo della valle dell’alto Biferno. In questi è continua la disponibilità al cambiamento per seguire le logiche di mercato, all’opposto della staticità della scuola, anche in virtù della tecnologia costruttiva prescelta, la prefabbricazione impiegando la quale è facile montare, smontare e delocalizzare, contro la rigidità della tecnica muraria adoperata per tirar su la scuola. Infine una chiosa al testo: le nuove scuole edificate in sostituzione della vecchia, hanno minor enfasi derivante dall’ubicazione in zone laterali dell’aggregato urbano, decentrate rispetto al centro, ragion per cui sono meno significanti.

B O I A N O
Ancora 5
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Forse è alla montagna che è connessa più fortemente l’identità di Boiano. Una montagna che sta proprio alle spalle dell’abitato che ti obbliga a torcere il collo per guardare il cielo in direzione del tramonto. Una montagna sulle cui pendici si abbarbica la parte più alta dell’insediamento storico che così vede il sole per un periodo limitato del giorno, mentre lo sviluppo edilizio successivo si sposta progressivamente verso gli spazi aperti per andare incontro alla luce. Una montagna che se non divide i popoli, la nazione sannita viveva in ambedue i versanti del Matese, certo ripartisce le acque. E così qui vi nasce il Biferno e questo è un altro fattore identitario della nostra cittadina, che, a dire la verità, era più forte prima della captazione delle sorgenti quando il rumore dell’acqua accompagnava la vita della gente che qui abita da millenni. L’elemento umido è presente a Boiano anche sottoforma di nebbia, la quale costituisce un ulteriore punto di riconoscibilità per questo centro. La nebbia ricopre l’agglomerato urbano per diverse ore mattutine in alcune stagioni dell’anno: non puoi conoscere a pieno Boiano se la frequenti unicamente d’estate perché è in autunno che specialmente si ha questo fenomeno così caratteristico. Non è esclusivamente la città ad essere avvolta nella nebbia, ma essa riempie l’intera piana favorendo la crescita dell’erba e dell’albero e ciò fa di quest’area un importante polo agricolo. Chi abita in un ambiente nebbioso apprezza meglio il valore del sole; inoltre è la diffusione della presenza acquatica, nel corso del Biferno, nei tanti rivoli, rogge e canali, in cui si riflettono i raggi del sole ad aumentare la potenza della luce.

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L’immagine di Boiano la si associa, poi, a quella della pianura e ciò perché nel Molise le piane  costituiscono un paesaggio marginale, quindi raro. L’alta valle del Biferno è una piana lunga e stretta solcata da una delle maggiori vie di comunicazione, la statale 17, la quale, poiché corre in pianura dove non vi sono ostacoli fisici, è rettilinea. Le strade, specie quelle diritte che favoriscono lo scorrimento veloce, sono considerate, più di qualsiasi altra infrastruttura, lo strumento essenziale per lo sviluppo delle attività produttive. Nonostante la presenza di diversi stabilimenti non si può dire che Boiano abbia assunto connotati industriali. Qui le aziende concedono ai propri dipendenti permessi per la falciatura del grano o per la vendemmia, rivelando che la natura della nostra città è ancora quella di un borgo rurale. Accanto a quest’arteria passa la ferrovia, un’altra fondamentale attrezzatura di collegamento: chissà quale doveva essere la sensazione del viaggiatore di un tempo il quale autenticamente “sbarcava” dal treno in una stazione distante dalla parte centrale dell’abitato, quasi in un luogo estraneo ad esso avvicinandosene a partire dal secondo dopoguerra con l’edificazione ai lati di corso Amatuzio. Tutte queste arterie, ferroviarie e viarie, sembrano sfiorare Boiano lungo la loro corsa e lo stesso effetto lo dà il tratturo se si considera che da qui la cattedrale era vista semplicemente di scorcio.

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 Parlando del tratturo siamo scesi di secoli, mentre se si parla del decumano ritrovato si deve scendere di millenni. In una zona alluvionale, il fango permette di salvare l’impianto urbano antico del quale questo percorso pavimentato riemerso a fianco del Calderari doveva costituire l’asse fondamentale. Esso segue, seppure a circa 2 metri di profondità, l’andamento della rete viaria odierna. Nonostante che a Boiano, così come in nessun altro comune del Molise (neanche Venafro), non vi sia un centro storico di pianura, ci sono tracce di un insediamento risalente addirittura all’epoca della dominazione romana nella fascia pianeggiante dove poi si è attestato l’abitato ottocentesco. Siamo a due passi da piazza Roma, il luogo dell’animato mercato settimanale. Esso anche negli altri giorni funziona come posto di incontro, svuotandosi nei lunghi pomeriggi invernali quando diventa deserto e Boiano una città-fantasma, trovando il pienone nei molti bar che circondano la piazza. Prima ancora dei romani c’erano i sanniti i quali prediligevano le posizioni di altura: Civita Superiore viene fortificata per proteggersi contro i nemici, ma soprattutto contro un ambiente esterno ostile trovandoci nel cuore dell’aspra montagna matesina. Nel medioevo si costruisce qui un grandioso castello sede dei conti di Molise che, venute a cadere le esigenze difensive, una volta distrutto da qualche terremoto (che in quest’area sono frequenti), non è stato più ricostruito. Le posizioni dominanti in cui sorgono i castelli sono quelle dotate di maggiore panoramicità per cui sono punti di grande suggestività che a Civita viene accresciuta dalla bellezza dei ruderi della struttura castellana. In seguito il feudatario si trasferisce a valle erigendo il suo palazzo accanto alla cattedrale e ciò determina la creazione di un polo direzionale unico, civile e religioso, alternativo a quanto si verifica altrove dove si ha lo sdoppiamento in due poli distinti.

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 Il campanile della cattedrale e di S. Maria del Parco sono le uniche forme verticali nello skyline urbano che segnalano la città da lontano. Essi richiamano i fari per i navigatori per cui come dovette sembrare strano a coloro che per primi attraversarono l’alta valle del Biferno quella mattina del 26 luglio 1805 quando non li videro perché abbattuti dalle violente scosse sismiche. Oltre al palazzo Pandone in cui alloggiava il titolare del feudo a Boiano vi sono altri significativi edifici storici; si tratta delle abitazioni dei vari esponenti della borghesia (Tiberio, Colagrosso, Casale, Pallotta, ecc.) la quale anche quando la residenza è urbana, è a base terriera. 

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Tra le architetture civili va segnalato il tabacchificio che sorge all’esterno dell’abitato per ragioni d’igiene, ma anche per le sue ampie dimensioni costituendo il primo caso in quest’area, fino ad allora caratterizzata da luoghi di produzione con misure contenute, di uno stabilimento a sviluppo orizzontale. Mentre Boiano è situata, per così dire, alle fondamenta della montagna, l’eremo di S. Egidio, festeggiato il primo settembre , quando una folla numerosa di persone lo raggiunge, è all’interno di essa. Lungo il tracciato seguito dai pellegrini vi sono borgate abbandonate, svuotate all’improvviso da qualcosa di simile ad una pestilenza, che invece è l’emigrazione. Con la partenza di tanta gente si è avuto, insieme allo spopolamento un cambiamento epocale in termini di civiltà che prima era tutta di montagna ed adesso è prevalentemente di pianura. Il futuro non può che essere il ritorno alla montagna, non considerando più il Matese come una montagna di terza classe, ma riconoscendone i valori ambientali in esso custoditi che vanno letti e valorizzati in maniera complementare con quelli della pianura in modo che Boiano possa tornare a svolgere il suo ruolo di cerniera tra le risorse di valle e quelle di monte, così come già fa nel comparto caseario con i suoi famosi latticini.

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Lavatoi
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Intendiamo effettuare la descrizione del lavatoio procedendo per fasi, avanzando dal piccolo al grande, dal vedere aspetti di dettaglio alla visione complessiva. Incominciamo, dunque, dalle lastre su cui si strofinano i panni. Ci sono quattro osservazioni da fare: la prima è che la pietra da utilizzare non deve avere la superficie ruvida altrimenti la stoffa nell’attrito si logorerebbe; la seconda è che i pezzi lapidei c’è bisogno che abbiano una certa larghezza per ottenere un lavaggio uniforme poiché se fossero stretti l’indumento da lavare dovrebbe essere posto a cavallo di due lastre con conseguente sfregatura del tessuto lungo la linea di congiunzione delle stesse; la terza è che le pietre sulle quali si esercita la frizione del bucato è necessario che siano lunghe sia per ragioni uguali a quelle del punto precedente sia per poter distendere il panno se non nella sua interezza, quasi, è impossibile con le lenzuola.

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Da quest’ultimo requisito richiesto alle lastre ne discende che la vasca dei lavatoi sono profondi, profondità, va evidenziato che è difficile ritrovare sul greto di un ruscello dove, in mancanza di simili strutture, le donne erano costrette a recarsi per il lavaggio (Manzoni risciacquava la lingua nell’Arno, le lavandaie i panni); peraltro sulle rive di un fiume si deve stare inginocchiati, non all’impiedi e, però, chini come nei lavatoi la cui altezza impone di stare piegati con la schiena. Nei modelli più elaborati il lavatoio presenta sulla sommità della balaustra, se così si può chiamare il muretto che lo sostiene, una pietra in piano non zigrinata, un ripiano, utile per poggiare la cesta con cui si trasporta (poggiata sulla testa) il bucato e il sapone preparato in casa. Il fondo del lavatoio è, in genere, in mattoni, comunque in materiale non sgretolabile per evitare che avvenga l’erosione da parte del flusso idrico dello stesso con le particelle che se ne distaccano possano aderire alla stoffa.

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Esaurita la lettura della vasca alla scala minima andiamo a osservarla nella sua interezza, muovendo così dalla scomposizione negli elementi-base alla loro ricomposizione in un insieme compiuto, in un manufatto definito. Occorre precisare che avremmo fatto meglio poco fa a dire che guarderemo la vasca nel suo complesso piuttosto che nella “sua interezza”, un piccolo distinguo terminologico, perché essa seppure un oggetto unitario si presenta, a volte, formata da più tronconi, altrettante piccole vasche.  Il caso di Salcito con la sua fonte Caracciolo cui è annesso un lavatoio fatto di molteplici vaschette. I piani di lavoro ovvero di lavaggio sono, normalmente, in ogni lavatoio contrapposti fra loro con alcune eccezioni come il lavatoio di Roccamandolfi presso la fonte La Trainara con il piano, inclinato, in cui si lava fronteggiato da un muro e non da una analoga postazione nel verso opposto. A Salcito il lavatoio è fatto da una serie di vaschette disposte da un lato e dall’altro, mai l’una di fronte all’altra. Questa salcitana è la soluzione più avanzata per la risoluzione di non far venire in contatto i panni lordi di persone malate, magari di malattie epidemiche con quelli di individui sani. Nei lavatoi usuali si cerca di ovviare a tale rischio di contaminazione tra le stoffe stabilendo che il punto di lavatura dei panni appartenenti a coloro che sono affetti da morbi capaci di trasmettersi al resto della popolazione sia quello prossimo allo scarico delle acque, quindi all’estremità del lavatoio; non vi sono vasche separate per quest’uso, ma è sempre vasca unica, purtroppo.

Terminato ora l’approfondimento sulla vasca, dopo aver concluso in precedenza quello sulle lastre, si scende un ulteriore gradino, in verità si sale perché stiamo transitando progressivamente dal micro, le pietre per il lavaggio, passando per la vasca che le contiene, al macro il volume, se c’è, che la racchiude, aperto o chiuso. Si è appena fatto cenno alla circostanza che vi sono lavatoi inseriti in un apposito manufatto e perciò dotati di copertura che li protegge dalle intemperie. Per copertura si può intendere tanto una mera tettoia quanto un corpo di fabbrica con pareti. Al maggiore investimento per la costruzione di un locale dotato di muri

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laterali non corrisponde necessariamente una migliore funzionalità del lavatoio che potrebbe venire penalizzata, in riguardo all’igienicità dello spazio, da una minore ventilazione la quale serve per mantenere asciutto un ambiente reso umido dalle acque che vi scorrono all’interno. Lavatoi racchiusi in una scatola muraria stanno, per limitarsi a 2 centri, uno grande e uno minuscolo, a Isernia e S. Massimo. Tra i lavatoi semicoperti piace indicare quello di Baranello con le colonnine in ghisa, di fattura classicheggiante, che sorreggono una pensilina. Quello di Roccamandolfi, già nominato, posto com’è sotto un portico arcuato costituisce un’ulteriore variante. Nel dimensionamento della vasca del lavatoio e di conseguenza della superficie, aperta, aperta a metà, chiusa, deputata ad accoglierlo non si coglie una precisa correlazione con la taglia demografica del comune cui è a servizio. Esso doveva ospitare un numero sufficiente di posti per le lavandaie così come i fossi, in sua assenza, il cui greto era sfruttabile nei tratti dell’alveo pianeggianti. Siamo pronti, dopo aver sviscerato il tema del “contenitore”, allo step successivo, il quarto, riflettendo circa la porzione urbana in cui è inserito il lavatoio. Il percorso che si sta seguendo è lastra-vasca-involucro-intorno urbanistico e ciò, lo si rammenda, dal minimo al massimo, dalla lastra lapidea che è al livello inferiore, al massimo, la sfera insediativa che è a quello superiore. I lavatoi occorre siano fuori dall’agglomerato residenziale e nel medesimo tempo non troppo distanti da questo. All’esterno in quanto le esalazioni emesse dal lavatoio sono sgradevoli, non molto lontani per evitare tragitti troppo lunghi alle lavandaie. È insopportabile l’odore (puzza?) proveniente dal lavatoio specie al momento dello spurgo che avviene abbastanza di frequente con il cambio dell’acqua nella vasca (a S. Pietro Avellana lo si fa ogni tot minuti immettendo nella condotta un potente fiotto idrico che pulisce la vasca). Ai margini dell’insediamento altrimenti le acque di scarico si troverebbero ad attraversarlo (se non interrate come avviene al Cannello nel centro storico di Boiano. Se le acque in uscita sono luride quelle in entrata nella vasca obbligatoriamente sono pulite affinché non sporchino i panni durante il lavaggio. I lavatoi sono attrezzature igieniche che insieme ai bagni pubblici e alle fognature si sono affermate nel 1800 quando si cominciò a capire l’importanza dell’igiene urbana.

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Trasformazioni urbane a Boiano
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Dal 2000 ad oggi ne è passata di acqua sotto il ponte. È proprio il caso di dirlo perché Boiano, l’abitato e le sue vicende, sono da sempre contrassegnate dalla presenza del Biferno. O, meglio, del Calderari il quale è stato oggetto negli ultimi decenni di una profonda trasformazione. È un grande merito delle amministrazioni che si sono succedute di aver portato avanti con continuità un’idea di valorizzazione di questo elemento centrale nella configurazione urbana, per troppo tempo rimasto ai margini della vita cittadina, nascosto tra le case. È un progetto che si è sviluppato in un arco temporale assai lungo, con alcune interruzioni il quale ora è in via di completamento con i lavori delle Vie dell’acqua. È vero che si tratta di un piano unitario l’esteso camminamento sulle sponde del corpo idrico, ma nello stesso tempo esso si presenta come un insieme di interventi di agopuntura urbanistica applicata ad una serie di punti dell’insediamento che hanno avuto il merito di mettere in luce autentiche emergenze ambientali dal decumano di epoca romana al giardino di palazzo Colagrossi, di portare alla visione, far riemergere il ricordo di luoghi davvero caratteristici, gli orti irrigui tradizionali. E sì, la memoria ed è proprio nell’acqua che alberga la memoria, una delle muse, anzi la mamma delle muse, Mnemosine; il rapporto del centro matesino con il Biferno non è una questione di rimembranze perché foriero di un futuro diverso, maggiormente legato al suo patrimonio naturale, come dimostra l’affermarsi della pratica della canoa.

Leonardo diceva di Milano, pressappoco, che è un posto d’acque e di gente e di Boiano, in qualche modo, si può dire la stessa cosa. Gli anni 2000 sono pure gli anni dove si è discusso tanto di terremoti, a seguito dell’evento tellurico del 2002. Principalmente della sicurezza delle scuole per via del crollo di quella di S. Giuliano, argomento particolarmente sentito dalle famiglie che ha coinvolto l’opinione pubblica in generale. Un’intera generazione ha frequentato il ciclo d’istruzione dell’obbligo nei prefabbricati in legno collocati a fianco della strada ferrata, avendo giudicato vulnerabili sismicamente le precedenti sedi scolastiche. Quello che colpisce degli avvenimenti di quei giorni al di là della tragica morte dei 26 scolari, è l’attenzione che comincia ad essere dedicata alla prevenzione sismica, cosa di cui in passato né si parlava né era oggetto di investimenti, a partire dalle scuole. Boiano rinnova, così, il suo parco di edifici scolastici ed in uno di essi si sperimentano le innovative tecniche di isolamento del fabbricato dal suolo tramite appositi “ammortizzatori”.

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Da problema a problema poiché accanto a quello sismico c’è il problema occupazionale. Chiusa la Laterlite alla fine del secolo scorso sono rimasti i caseifici e la SAM, l’odierna GAM che, però, versa in uno stato di crisi. È tanto preoccupante la stasi della produzione dello stabilimento avicolo in
quanto esso per il numero consistente di occupati ha marcato il territorio boianese. Il tipo di agroalimentare che ci ha proposto per decenni tale attività industriale è quello di un’economia abbastanza indifferente alle risorse locali, per cui le prospettive per il domani dell’area vanno cercate in altri settori pure se ancora connessi al comparto primario, indirizzati verso produzioni orticole pregiate o l’allevamento bovino se è vero che le mozzarelle si fanno con il latte, magari di quest’ambito geografico. Per noi la campagna è il ritorno al futuro. Oggi si tende a programmare lo sviluppo territoriale partendo da un numero abbastanza ridotto di ricette, legate a canali di finanziamento innanzitutto comunitari. Sta crescendo una cultura progettuale che cerca nelle parole chiave dell’Unione Europea lo spunto per la formulazione di proposte d’azione. Dunque, musei, sentieri, parchi naturalistici e così via e, invece, del parco del Matese di cui si parla dal 1985 ancora non si fa nulla; Boiano sta perdendo una grande occasione perché essa diventerebbe inevitabilmente il capoluogo di tale area protetta. Una qualche regressione, piuttosto, si è avuta in materia di ambiente, perlomeno di quello costruito, si pensi al centro storico dove se sul finire del XXI secolo si era avuta la riqualificazione di alcuni immobili, uno bellissimo a Civita, da destinare ad edilizia residenziale pubblica, in seguito l’unica iniziativa è stata opera di un privato, il restauro di palazzo Santoro in cui si svolgono eventi artistici.

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Comunque, non si avverte in giro, tra la gente, un atteggiamento pessimistico quando si discute di questa parte del’insediamento, del tipo tutto è perduto poiché Boiano, in fondo, ha nostalgia di sé stessa. È tuttora forte il senso di cittadinanza, ha valore la parola civitas. Una manifestazione che celebra l’atto fondativo della città, il Ver Sacrum, ha iniziato la sua serie ininterrotta in coincidenza con l’inizio del terzo millennio. I boianesi conservano in questa nuova era la passione per Civita Superiore e per S. Egidio, nutrendo un sentimento diverso che è di rispetto, per il castello medioevale; una spiegazione forse è che le prime rimandano ad un mondo bucolico, al contrario della struttura castellana che evoca lotte di potere e scontri militari e cioè fatti tenebrosi, la solita contrapposizione tra arcadia e romanticismo. Questo vasto maniero costruito dai conti di Molise è un simbolo per questo centro, come pure per l’intera regione, la cui rilevanza è esaltata dalla sua posizione su un rilievo visibile da lontano. In piazza si dibatte sull’ultimo dehor realizzato a fianco di un bar, la novità di questa stagione, piuttosto che della manutenzione della fortificazione, della pavimentazione in pietra vesuviana del largo della cattedrale il quale, ormai non è più un parcheggio, invece che dell’abbandono del borgo di Civita. Ci si accalora sul sottopasso ferroviario e non sul potenziamento del trasporto collettivo, che è l’obiettivo della Metropolitana Leggera: eppure per la riduzione delle emissioni inquinanti attraverso
una modalità differente non ci si batte altrettanto per quelli che avrebbe dovuto produrre la centrale biogas pronta per essere installata a S. Polo. Come si è provato a descrivere si avverte nell’aria, finora pulita, un fermento dei cambiamenti appena in embrione, delle evoluzioni non lineari delle esperienze dei decenni ‘80 e ‘90 che, se non altro, testimoniano vitalità

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Il Convitto Amatuzio 

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Se con il neoclassicismo si ha l’imitazione dell’antico, una riproduzione esatta di elementi tipo il portico colonnato con le colonne, la trabeazione, il frontone che devono essere identiche a quelle dell’antichità, non è così per il neomedievalismo, corrente stilistica cui appartiene il Convitto Amatuzio di Boiano. Gli edifici che seguono tale stile non sono delle imitazioni, non c’è un modello preciso cui riferirsi. Mentre gli architetti neoclassici quando hanno da realizzare un atrio esterno coperto replicano il porticato del tempio greco (quello della cattedrale di Campobasso è in ordine ionico), nelle fabbriche neomedievaliste si ha un libero adattamento degli schemi medievali, non una pedissequa copia.

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Nel caso in questione l’ispirazione al progettista non viene dalle forme dell’edificato dell’Età di Mezzo, bensì dall’interpretazione che ne è stata data in epoca vittoriana; i caratteri delle realizzazioni di tale fase sono conosciuti con il nome Old England. Medioevo, pur se non il nostro. Il medievalismo che si diffonde a cavallo tra ‘800 e ‘900 è uno degli -ismi che si afferma in quel periodo denominato nei manuali d’arte dell’eccletismo storicistico. I neo- (romanico, gotico, rinascimentale) sono richiami al passato carichi di suggestioni perché evocativi del “bel tempo che fu”, di una golden age la quale volta per volta viene identificata con la civiltà classica, il rinascimento, per i quali ce ne sarebbe ben donde, e, perfino, con i “secoli bui” che li separano. È, per così dire, la storia ad emozionare, ma non è solo essa a toccare l’animo poiché nel medesimo lasso temporale nasce anche la moda per le cineserie, in generale il gusto per l’esotico, dunque ad attrarre è pure la geografia. A suscitare la passione per il neomedievalismo concorrono entrambi i fattori, indubbiamente quello storico cui si affianca quello geografico, il fascino di terre lontane. L’Old English style pervade tanto la vecchia Inghilterra quanto la sua ex-colonia d’oltreoceano, da poco affrancata dalla madrepatria e l’entusiasmo nostrano per il neomedievalismo si può considerare un prodromo, la prima manifestazione, dell’american dream. È un percorso quello seguito dall’architettura neomedievale che segue le orme del palladianesimo, con l’amore per il Palladio, che ha operato in Italia e che, però, esplode in Gran Bretagna e da qui trasmigra negli Stati Uniti idealmente trasportato dalla stessa nave sulla quale viaggiavano i Padri Pellegrini.

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Francesco Amatuzio, il benefattore che ha promosso la costruzione dell’opera in oggetto era un boianese emigrato, appunto, in America. Egli ha fornito insieme ai soldi per la realizzazione del manufatto il progetto architettonico stesso e la prova certa di ciò è la presenza del fossato che separa dalla via principale la facciata principale il quale è ricorrente nelle strade urbane dei Paesi di cultura anglosassone, del tutto sconosciuto da noi per cui quello di Boiano costituisce un’unicità a scala addirittura nazionale. Si tratta, la “trincea”, di una soluzione tipologica di importazione, estranea alla tradizione edile italiana, tanto più di un’area, quella del capoluogo matesino dove il livello della falda idrica è poco profondo per cui i vani seminterrati rischiano di allagarsi come, del resto, è successo proprio al Convitto. In definitiva, il fossato non è legato ad una ragione funzionale bensì al legame sentimentale del finanziatore con i luoghi che lo hanno ospitato, quasi fosse trasferire un po’ di atmosfera americana nel paese natio. Il fossato ha un valore allusivo e alla medesima maniera sono allusioni le aperture ogivali e in mattone a faccia vista, scelte costruttive, frutto, di certo, di una volontà estetica e non di motivazioni tecniche.

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Piace evidenziare l’ottimo stato di conservazione dei conci laterizi sui quali, nonostante la murazione abbia talvolta i piedi a mollo, dipende dall’oscillazione della falda, non sono comparse efflorescenze saline. Quella che finora si è proposta è una visione romantica del neomedievalismo, quasi fosse una variante della tendenza artistica del Pittoresco al quale lo accomuna il mito del villaggio, i borghi caratteristici. Tale idealizzazione se non esaltazione degli aggregati urbanistici minori si estende dalla loro configurazione fisica alla società, si usa al suo posto la parola comunità che rende meglio l’organizzazione sociale che li connota, che li abita. Una interpretazione opposta del neomedievalismo è quella che lo vuole sviluppatosi in contrapposizione alla modernità, al “nuovo che avanza”, alle problematicità nonché ai problemi che essa sta generando. Tra questi il movimento Arts and Crafts guidato da William Morris individua la scomparsa del lavoro artigianale, non più difeso dalle corporazioni medievali, sostituito dalla produzione industriale seriale.

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La modernizzazione in edilizia scaturisce dall’impiego di tecnologie innovative, prendi il cemento armato, le quali richiedono in cantiere l’impiego di manodopera generica e non operatori altamente qualificati quali sono gli artigiani, al contrario dell’edificare in cotto che diventa una sorta di vessillo dell’artigianato. Infine, si segnala una contraddizione in termini: le costruzioni, tra le quali il Convitto Amatuzio, per acquistare un’aura medievaleggiante cercano di assomigliare alle strutture abitative del Nuovo Mondo il quale in quanto nuovo non ha, ovviamente vissuto l’evo mediano. C’è un mescolamento tra ciò che è lontano nello spazio, la terra che sta al di la dell’Atlantico, e ciò che è lontano nel tempo, il medioevo, una lontananza spazio-temporale, due termini che secondo la fisica sono connessi fra loro. 

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BOIANO E I CAMBIAMENTI CLIMATICI

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Nella previsione che i cambiamenti climatici diventino irreversibili e, quindi, che i fenomeni alluvionali diventeranno, da un lato, imprevedibili, questa è la previsione, e, dall’altro lato, sempre più frequenti e di forte intensità, non è futuribile pensare che in futuro Boiano rimanga sott’acqua molte volte all’anno. E per diversi giorni, fin quando l’acqua non si ritira, nei quali potrebbe essere utile utilizzare, per scherzo ma non troppo, la canoa per spostarsi all’interno del centro urbano in cui si va affermando questa pratica sportiva già da un po’. C’è una certa analogia con quanto si fa in comuni caratterizzati da forte nevosità, lo stesso capoluogo regionale, in occasione di precipitazioni nevose abbondanti quando la coltre di neve depositata al suolo diventa spessa, nelle cui strade ci si riesce a muovere con gli sci da fondo, evidentemente per diletto. Le canoe che hanno un basso pescaggio, il fondale è basso, e non altro tipo di barca perché è da presumere che l’allagamento porterà non alla sommersione dell’urbanizzato, bensì sarà qualcosa di simile all’ “acqua alta”, poche decine di centimetri. Il canottaggio, in definitiva, come sistema di trasporto cittadino, fanno i canoisti le veci dei tassisti.

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Se è un’ipotesi valida per Boiano lo è anche per Altilia, ambedue città di pianura, si prefigura una visita agli scavi pagaiando, davvero suggestivo. Urge rassicurare sull’assenza di danni dovuti all’umidità ai resti archeologici poiché il materiale che li costituisce è il calcare e non materia organica. Si immagina per il domani, purtroppo non così lontano, che si ricorrerà al canoismo, per il passato, rispetto alla storia della nostra civiltà non così remoto, che si ricorreva alle zattere, le imbarcazioni primitive, all’interno della stessa laguna in cui era ricompresa la Boiano. La piana, infatti, doveva essere all’origine una estesa zona lagunare, e la differenza con quanto accadrà a causa del mutamento del clima è la seguente: essa era permanente e non temporanea, legata a eventi atmosferici estremi (non eccezionali, però, in quanto frequenti). Le acque che sgorgano copiosamente dalle scaturigini del Biferno dilagavano nel territorio planiziale ristagnando nelle fasce altimetriche più depresse della conca boianese; bisogna aspettare i Romani acché fosse bonificata l’area, una loro specialità. Tali ampi acquitrini, ci soffermiamo su questi per il prosieguo, erano frutto non solo del libero divagare delle acque di sorgente, ma pure dell’afflusso idrico che proveniva (non proviene più perché deviato fuori dal nucleo insediativo, almeno le portate di piena) dalla montagna sovrapposta all’abitato, il Fosso S. Vito e il Ravone e dalla collina contrapposta all’abitato, il Fosso di Spina. Tali rivi torrentizi confluiscono nel Calderari il quale costituisce una specie di collettore posto com’è nella curva di livello inferiore del perimetro comunale.

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I torrenti trasportano un miscuglio acquoso-terroso che va a intasare l’alveo di tale corpo idrico recettore che si insabbia con gli inerti che si spargono nel fondo vallivo. I depositi fanno crescere la quota del piano di campagna, prova ne è il decumano della Bovianum Undecanorum che è stato rinvenuto a circa 2 metri di profondità dall’attuale, per così dire, calpestio. È un processo a catena, l’acqua fuoriesce dal letto perché esso si è innalzato a seguito dei sedimenti che vi si sono sedimentati sopra. Tale era lo stato dei luoghi quando si svolse il mitico Ver Sacrum, ora diventato una specie di atto rituale, con il bue (da cui il nome dell’agglomerato) che si impantanò letteralmente (a meno che non fosse stato una bufala campana!) nelle acque palustri costringendo la migrazione, che aveva un risvolto sacrale, alla stregua di un mito fondativo, ad arrestarsi. Quelle che di primo acchito potrebbero essere scambiate per condizioni non favorevoli al popolamento umano non lo erano affatto, basta sapersi adattare. Il villaggio nacque sulle pendici del colle su cui sorge Civita e i pantani che lo cingevano nel lato verso valle finivano per proteggerlo. Per capire la loro funzione strategica ai fini difensivi bisogna fare un salto in avanti nel tempo, all’indomani della fine della dominazione dell’Urbe che fu la fine della manutenzione delle opere di irregimentazione fluviale e bisogna fare una comparazione con la situazione di Altilia, già chiamata in campo per un altro parallelo, che è la seguente: entrambi i municipia sono collocati non in altura, la condizione orografica ottimale per respingere il nemico, sono in area di identica sismicità, sono attraversati dalle medesime arterie, ecc. ecc. e nonostante ciò unicamente Boiano è sopravvissuta.

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È da ritenere che gli abitanti abbandonarono Saepinum poiché difficilmente difendibile, pur essendo dotato di una poderosa cerchia muraria, dalle incursioni dei Saraceni mentre Boiano sfruttava quale “cordone sanitario”, cintura di sicurezza l’ambiente lagunare che lo circondava. Ciò la aveva fatta diventare la capitale del Sannio, non si direbbe che lo stare a mollo ti fa crescere di status, e in quei frangenti di sopravvivere. Boiano si sentiva totalmente rassicurata dall’affaccio sul megafossato rappresentato dalle paludi che la cingevano che non avvertì il bisogno di bastioni murari, venendo ad assumere le sembianze di «città aperta». Aperta ai traffici, tramite la Via Minucia, e alla transumanza, tramite il Pescasseroli-Candela, costituendo un punto di passaggio obbligato posizionata com’è immediatamente innanzi al momento in cui il Biferno prenda la sua forma compiuta, il che avverrà alla Fiumara, mai un toponimo è così azzeccato, con la congiunzione dei tre rami in cui si suddivide nella sua fase iniziale il Calderari, il Rio Freddo e Pietre Cadute, l’eterno gioco, scomposizione versus ricomposizione; è l’unico luogo in cui si riesce a bypassare il fiume.

Civita superiore
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È una situazione quella orografica in cui è, appunto, situato il castello di Civita Superiore, davvero particolare, almeno rispetto alla generalità dei siti che ospitano strutture castellane. Non è un fatto casuale tale singolarità, essa è legata alla singolarità del castello di Civita che non è un maniero qualsiasi, appartiene ad una categoria superiore di opere per l’arroccamento. È di un rango più elevato, se nella maggioranza sono equiparabili a forti, per la consistente consistenza Venafro, Monteroduni e alcuni altri, e fortini, i minori, tipo Colledanchise e Cercepiccola, quello di Civita è una fortezza. Quest’ultima richiede più spazio degli altri. La configurazione sostanzialmente tabulare della sommità del colle sovrastante Boiano su cui sorge consente la formazione di un’architettura militare ampia; essa è, di certo, scalettata presentando due cortili a 2 quote diverse, ma il dislivello tra le due corti, l’alta e la bassa, in situ non lo si coglie per via del fossato che si interpone tra il recettum e il palatium occultando, in qualche modo, il gradino altimetrico. La grandezza del fortilizio, un’ulteriore variante di forte, è giustificato dall’essere stato il quartier generale del comitatus Molisii, forse la contea normanna più estesa d’Italia che aveva raggiunto il suo massimo sviluppo nel primo secolo del primo millennio coincidente con l’attuale perimetro della regione che proprio da essa prende il nome. Contro i normanni si posero gli svevi e Federico II nella campagna per la conquista del Regno di Sicilia considerò determinante impossessarsi di Civita, costringendo il titolare del feudo a fuggire e ad asserragliarsi nella rocca, di nome e di fatto, di Roccamandolfi fino alla resa definitiva.

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Quella sinteticamente narrata sopra è una pagina fondamentale di storia patria nostrana che aggiunge fascino al castello di Civita Superiore. Oltre alla caratteristica di piattaforma morfologica l’altura su cui poggia Civita S. ha una ulteriore proprietà, estremamente vantaggiosa per la difesa, quella di essere un punto privilegiato di scolta sulla vallata del corso iniziale del Biferno solcata dal tratturo Pescasseroli-Candela. Superiore, l’appellativo di Civita, fa presuppore che c’è una Civita inferiore, cioè un insediamento ad essa altimetricamente sottoposto come, in effetti, c’è ed è la superstite Bovianum romana che in età paleocristiana fu designata quale sede episcopale; nell’alto medioevo, perciò, l’assetto insediativo prevedeva due poli distinti, l’uno a valle, quello religioso, l’altro a monte, quello politico. La roccaforte comitale è in rapporto tanto con la città vescovile che è ai suoi piedi quanto con il villaggio di pastori adiacente ad essa. Quest’ultimo si presenta come un avamposto umano in territorio montano che va da sé è disabitato, insieme al castello con cui fa tutt’uno, in un contesto fortemente connotato da fatti naturali quali i boschi (siamo nella fascia di transizione tra il querceto e la faggeta), le emergenze rocciose (una enorme cava da cui si estraevano inerti calcarei arriva addirittura a lambirne le mura) e incisioni vallive (la testata di una di queste separa in due l’agglomerato edilizio). La montagna è il luogo di elezione dell’allevamento di pecore, attività economica che ha riflessi nella struttura urbanistica di tale borgo il quale contiene un intero settore destinato alle stalle. Esso ha il nome di Giudecca, toponimo che rimanda ai ghetti ebraici con i quali condivide l’essere un quartiere separato. La denominazione, per questo aggregato, lineare, di ricoveri per ovini, di Giudecca, in definitiva, non per un riferimento etnico quanto piuttosto per il suo stato di isolamento dal resto dell’abitato. La specializzazione del centro in senso pastorale è ben percepibile in una visione da lontano, la veduta che si ha dalla strada di accesso, per quella lunga murazione terminante con un torrione, la quale per esigenze di protezione è priva di bucature, che da un lato lo delimita; su quale si appoggia la lunga serie di stalle. Infatti per ragioni di igiene esse devono posizionarsi ai margini del nucleo abitativo, sfruttando quale parete esterna la stessa cinta muraria; solamente in campagna sono ammesse costruzioni in cui sotto la medesima copertura ovvero in un unico corpo di fabbrica risultano accorpate abitazioni e stalle, invariabilmente con accessi differenziati.

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Vi è pure una diversa faccia di Civita che volge verso il versante opposto a quello in cui svolge la schiera di fabbricati della Giudecca. Qui si apre una piazza-belvedere che come si conviene ad una piazza è pianeggiante e, del resto, lo abbiamo detto, la morfologia geologica è un terrazzo; tale faccia, la piazza panoramica, si affaccia sopra i tetti di Boiano. La chiesa della Madonna delle Grazie è in un’area intermedia pressappoco, mentre il castello rimane periferico e ciononostante semanticamente rappresenta l’elemento centrale della composizione urbana. La eccentricità del castello in quanto a ubicazione è tanto, a piccola scala, con la realtà insediativa prossima quanto, a scala maggiore, con l’intero ambito molisano. I conti boianesi in tempi gloriosi dominavano, comandavano il Molise a distanza fino alla costa, per via del posizionamento sull’Appennino di Civita, il crinale appenninico costituendo l’estremo lembo della superficie regionale. Essi, vale la pena ripeterlo, sono stati talmente importanti da lasciare traccia di sé ancora oggi nella regione, la loro memoria imperitura (salvo la soppressione dell’ente Regione) è affidata al nome stesso del Molise.

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Boiano: Le trasformazioni nel tessuto extraurbano

Nella pianura scarseggiano gli alberi di alto fusto eccetto che lungo la principale strada di comunicazione, la Statale n. 17. Lungo questa arteria vi sono filari di pioppi cipressini che richiamano, da un lato, i pioppeti che vi erano nella zona (il Bosco Popolo prende il nome da populus, cioè pioppo) e, dall’altro, il cipresso e come questo, che in Toscana è l’elemento caratterizzante del paesaggio storico, ha un naturale potere evocativo. Questa Statale, così come le altre, non attraversa i centri minori, ma è in funzione solo della città, Boiano e qui per la presenza ai suoi margini dei pioppi cipressini diventa il luogo della passeggiata fuori porta, perché quasi un viale. Questa strada è uno dei pochi segni forti della campagna intorno a Boiano, dove si registra un proliferare di fabbricati che stanno producendo una certa confusione visiva. Si sta avendo in più parti (Monteverde e Castellone) la formazione di aree insediative a bassa densità così come si sta avendo la localizzazione di attività di piccola scala imprenditoriale (caseificio così come varie rivendite di materiali per l’edilizia). Si sta affermando anche qui, come già succede altrove, la tendenza ad abitare in villette esterne al centro urbano: si è perso il significato di periferia come fascia ben definita di transizione tra città e campagna per divenire quello di luogo in continuo movimento.

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Nel paesaggio di questa zona periferica si distinguono solo un nuovo albergo (Pleyadis) e il depuratore per i loro colori sgargianti. Altre presenze nel territorio rurale, apparse negli ultimi decenni, sono gli impianti sportivi e le attività industriali vere e proprie (prima lo stabilimento ex Sam ed ex Itam) che sono impianti produttivi grandi, ma isolati; questi luoghi extraurbani hanno quale caratteristica comune quella di essere vuoti di sera. Se la strada statale n. 17 ha avuto una certa capacità ad attrarre iniziative edilizie non così la Bifernina che non riesce a diventare un asse di sviluppo come si era preventivato nei documenti di programmazione regionale degli anni ’70. Nel complesso si può dire, comunque, che la ruralità sta prevalendo sull’urbanesimo: lo stesso centro storico, da elemento nodale dell’insediamento, va assumendo il significato di periferia se si parte dal concetto che periferia non è un termine legato esclusivamente alla posizione fisica del quartiere, ma connota una condizione urbana. Il centro storico è periferia, pure sotto l’aspetto sociale perché qui vi abitano i ceti più poveri, che sono poi quelli tipici delle zone periferiche. Nel centro storico spesso vive chi non si può permettere la casa nuova, mentre coloro che ne hanno la possibilità vanno ad abitare negli edifici sorti all’esterno del perimetro urbano; se ciò, da un lato, ha come effetto la riduzione delle trasformazioni delle case nel centro storico per adattarle agli standards abitativi moderni, dall’altro lato, ha quale contropartita l’abbandono del centro storico.

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Se si registra un allontanamento degli abitanti e delle attività dalla parte centrale della città, abbiamo invece una permanenza delle funzioni pubbliche perché Boiano si serve ancora delle infrastrutture realizzate nel passato che sono il municipio e le scuole (seppure “revisionate”). Un caso a sé è costituito dalla stazione ferroviaria che ormai ha perso la sua originaria ragion d’essere, in quanto soppiantata da sistemi di controllo elettronici. Così come quando venne costruita la stazione con il piazzale antistante e con il viale, corso Amatuzio, costituì una direttrice di crescita urbana, anche adesso la stazione (che è chiusa) può avere un ruolo nell’organizzazione urbanistica perché può diventare un nodo di interscambio ospitando funzioni terziarie, ricreative, ecc.. Lungo i binari, usciti da Boiano, troviamo il tabacchificio che è, come lo stabilimento per la produzione di laterizi in località Pulsone, una fabbrica abbandonata. Nella campagna boianese, a confermare il senso di dispersione, ci sono accanto ad aree industriali dismesse che sono visivamente impattanti altri “segni” contemporanei non percepibili con evidenza ma non per ciò meno forti: presso la Chiesa di S. Maria della Libera a Castellone vi è un prato dove durante la Settimana Santa si ha la rappresentazione della Passione di Cristo. L’ambientazione dell’ “orto degli ulivi” richiede che questo spettacolo sacro si debba svolgere in campagna. Le figurazioni relative alla Passione sono tristi e ciò distingue questo tipo di manifestazioni da altre, come i falò che si accendono tradizionalmente a Natale, che invece sono gioiose. Nell’immaginario collettivo questo prato rimane legato al ricordo di tale festività. Se la città sta diventando sempre più ampia e diversificata, essa è però sempre più separata dalla montagna. Non è più il luogo della vendita e della trasformazione dei prodotti della pastorizia e le uniche frazioni che sono in decremento demografico sono quelle poste a quote più alte (Civita Pincieri e Mucciarone che è addirittura abbandonata).

Il Biferno in Boiano

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Per illustrare il rapporto che il Biferno istituisce con Boiano conviene utilizzare sette aggettivi capaci di descriverlo i quali sono placido, umile, nobile, costante, chiaro, silenzioso, copioso. Il primo, placido, è riferito al fatto che, essendo la nostra cittadina pressoché piatta, il fiume vi scorre lento, non ha dislivelli; In negativo si intende, da superare; la lentezza è uno dei suoi caratteri principali. Vale la pena di ricordare il detto che la calma, la placidità, è la virtù dei forti perché mette in collegamento questo punto, l’aggettivo appena trattato, con il successivo, il secondo, cioè umile. L’umiltà va riconosciuta quale connotato peculiare di questo corso d’acqua che si associa bene con il suo essere placido. Il Biferno, nello specifico il Calderari, è umile, non vuole sembrare invadente, così come non è irruento ovvero è placido, tanto da ritrarsi alla vista occultandosi nella trama del tessuto urbanistico con il suo passare sul retro delle schiere edificate che fiancheggia. Emerge alla visione solamente di tanto in tanto e ciò avviene in coincidenza con i ponti che lo scavalcano. Questi ultimi, peraltro, non paiono tali in quanto il loro estradosso segue la medesima livelletta del piano carrabile delle arterie lungo cui sono disposti; vedi, o meglio non lo vedi perché lo assimili alla strada, quello di corso Amatuzio. Eppure il Biferno ne avrebbe ben d’onde per atteggiarsi, per nutrire superbia in quanto il centro in questione, cominciando dalla sua stessa collocazione, ad esso deve tanto, tanto da essere identificato in alternativa a matesino bifernino. L’unico comune a potersi fregiare legittimamente di tale appellativo in quanto l’unico, in tutto il suo sviluppo, attraversato da questa asta fluviale. Di collegamento in collegamento in quanto il secondo aggettivo, lo si ricorda “umile”, è connesso oltre che con quello che lo precede, il primo, lo si ripete “placido”, pure con quello che lo segue, il terzo aggettivo, che presentiamo adesso, il quale è “nobile”. Colui che è nobile d’animo si distingue per la sua cortesia la quale lo porta a non voler umiliare, verbo che deriva da umile, alcuno e tale considerazione la si può trasferire pure al Biferno.

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Esso deriva la sua nobiltà dal fatto che i Sanniti, il popolo che ha tenuto testa per secoli a Roma, fondarono la loro “capitale” proprio sulle sue sponde. Che il corpo idrico in esame sia, il quarto aggettivo, costante è presto dimostrato: la portata idraulica non ha variazioni fin quando nell’alveo non incomincerà a prevalere l’apporto, per così dire, acquoso da parte degli affluenti, ma esso li inizia a incontrare solo al Ponte della Fiumara, quindi fuori dall’abitato di Boiano quando nel Biferno si innesta il Rio il quale, a sua volta, un attimo prima aveva inglobato il Callora. I tributari del Biferno sono tutti di carattere torrentizio per cui soggetti a piene e a periodi di secca il che influisce sulla consistenza della corrente fluviale. In definitiva il livello del pelo dell’acqua già all’esterno di Boiano è soggetto ad oscillazioni, non è, perciò, costante mentre in città lo è. Sul tema dei rami secondari ci soffermiamo anche per parlare dell’epiteto successivo del fiume, quello di chiaro, siamo al quinto aggettivo. Chiaro è una definizione che spetta al Biferno unicamente nel suo tratto iniziale, allorché passa nell’ambito urbano boianese facendosi via via più torbido man mano che riceve l’acqua dai rivi minori che vi confluiscono; infatti questi trasportano nelle loro corse spesso impetu-ose particelle terr-ose er-ose dai fianchi delle colline argill-ose da cui si originano. La chiarezza, va precisato, non è da prendere quale valore assoluto bensì, in una scala della purezza, rispetto al grado di limpidità medio dell’insieme dei segmenti della rete idrografica. Il Biferno è inoltre, proseguendo nella serie degli aggettivi, siamo al sesto, silenzioso. Tale qualità deriva ad esso dal non essere, pur trovandosi quando passa per Boiano nella sua fase giovanile, la giovinezza è usualmente contrassegnata dall’esuberanza, veemente, ha un andamento posato. Il flusso idrico è pacato, non viene a frangersi contro i muri spondali, dal che ne consegue che non vi è l’urto che è la causa del rumore. Conferma anche in questo riguardo che è dotato di discrezione.

Il Biferno, in ultimo, l’ultimo aggettivo ovverosia il settimo, è copioso e lo era molto di più innanzi alla captazione delle sorgenti avvenuta negli anni ’60 del secolo scorso. La finiamo qui con l’aggettivazione non perché si pensa di aver esaurito l’elenco degli attributi qualitativi del fiume, ma giusto per variare. Passiamo ad alcune immagini evocative che ci aiutano a comprenderlo. Le scaturigini del Biferno le si associa con la fantasia alle viscere della montagna, il Matese, da cui l’acqua fuoriesce, a quel mondo misterioso delle cavità carsiche che incorporano imponenti bacini idrici. Mentalmente il fiume richiama l’epopea della transumanza: il tratturo Pescasseroli-Candela devia dalla sua traiettoria che per il resto è rettilinea al fine di raggiungere le fonti del Biferno e consentire così agli armenti di abbeverarsi. Le due B, Biferno e Boiano, fanno venire in mente non solo la pastorizia transumante, ma anche quella legata all’alpeggio, l’una effettua spostamenti a lungo raggio, l’altro a corto, tra il fondovalle e gli altopiani montani con la lana delle pecore che dopo la tosatura veniva lavata nel Calderari, stiamo svelando il nome del tratto cittadino del Biferno. Inopinatamente il Biferno rimanda anche al mare, non si è mai vista un’asta fluviale che nella maniera più breve possibile collega l’Appennino con la costa, una linea retta ortogonale ad entrambi, tiene uniti mare e monte.

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Le minacce idrogeologiche a Boiano

La problematica idrogeologica ha tante sfaccettature; una di queste è quella dei corsi d’acqua di pianura ed, in particolare, quando questi attraversano centri urbani. Il caso limite, nel senso che qui le questioni si esasperano, è quello del Calderari a Boiano. Prima, però, di vedere la negatività è giusto evidenziare che esso è una delle peculiarità della città, protagonista della sua storia con le attività idroesigenti sviluppatesi presso le sponde, sia artigianali (il lavaggio della lana, ad es.) sia agricole con le produzioni orticole. La cittadinanza da alcuni decenni se ne è accorta e così si è realizzata una bella passeggiata per goderne il percorso nell’abitato. È stato organizzato anche un presepe vivente dagli amanti della canoa che da anni nel capoluogo matesino si sono costituiti in associazione per promuovere la conoscenza dell’ambiente fluviale. Detto, doverosamente, questo passiamo adesso a rilevarne le criticità, in un territorio piano un corpo idrico camminando lento a causa della scarsa pendenza cerca di formare anse mentre qui è in pratica rettilineo; pertanto il tracciato deve essere stato regolarizzato e il suo alveo, che se il terreno è piatto tipicamente è largo, quando non si ha, addirittura, l’impaludamento dei suoli circostanti, deve essere stato ristretto. Il Calderari diviene quasi invisibile, percepibile solo dai ponti che lo scavalcano, anch’essi poco percepibili in quanto non si inarcano, non rappresentando discontinuità della strada (corso Amatuzio e via Fiumicello) su cui sono posizionati. È nascosto dai muri delle case che su di esso volgono i fronti meno curati.

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Non contenti di averne alterato il tracciato, banalizzate le rive (è stato risparmiato dalla creazione di argini sulle sponde, ma non c’era spazio), ormai rivestite da cemento, si è pensato tra il ’70 e l’80 di ricoprirlo, di toglierlo del tutto dalla vista, quasi fosse un’ospite scomodo con la motivazione dell’odore sgradevole dell’acqua stagnante e degli insetti che lo popolano. Si era affacciata anche l’idea di realizzare sulla platea cementizia che lo avrebbe dovuto richiudere un asse viario il quale avrebbe potuto pure “valorizzare” le particelle libere ai suoi fianchi trasformandole in lotti edificabili. Questa operazione si chiama tombinare ed era in voga in Italia in quel periodo. Il Calderari corre seguendo le curve di livello più basse della città e, pertanto, su di esso convergono i rivi minori e cioè il Fosso Spina e il Fosso S. Vito sul quale in precedenza affluiva il Ravone che dopo è stato fatto confluire sul Callora allontanando le acque che trasporta dall’agglomerato insediativo. Per quanto riguarda quest’ultimo fatto è da evidenziare che l’intervento è stato eseguito nel 1980, epoca in cui le conoscenze in materia di idrologia, sulle quali si è basato il progetto delle opere di difesa idrauliche, non erano così avanzate come quelle odierne. Si dirà che il problema del Calderari è un problema specifico di un certo luogo e, invece, non è così perché i piani urbanistici privilegiano l’espansione edilizia nelle zone pianeggianti; di conseguenza è una situazione che rischia di diventare ricorrente appena l’area individuata nel PRG (o nelle Riclassificazioni, assai frequenti, effettuate dai Commissari ad Acta) è prossima ad un’asta fluviale. Nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) i quali si occupano di tutela dalle frane e dalle inondazioni, oltre che di salvaguardia della costa, sono stabilite misure per l’edificazione negli ambiti che possono essere investiti dalle piene dei principali fiumi molisani; tra questi vi è il Biferno il cui straripamento c’è la previsione che lambisca il cimitero boianese. Non sono state, invece, studiate le conseguenze della fuoriuscita dall’alveo dei piccoli corsi d’acqua che compongono quella rete idrica che converge sul Calderari, formata da torrenti provenienti dal Matese che, di certo, non suscitano preoccupazioni di alluvionamento nel tratto montano, ma che quando si ingrossano sono capaci di causare danni a valle ed è successo in passato, non riuscendo più le acque ad essere contenute nella sezione fluviale.

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Non si è ancora completato il processo di pianificazione che ha portato al varo dei PAI, la vincolatività dei quali è stringente solo per le superfici a maggior Rischio (R4), non ancora per le altre (R3 e seguenti), il compito è affidato adesso alle Autorità di Distretto che hanno inglobato quelle di Bacino (la nostra si occupava del bacino interamente regionale, Biferno e di quelli a confine con le regioni limitrofe Trigno e Fortore). In Italia sono stati individuati 8 Distretti Idrografici. Quelli che interessano la nostra regione sono il Distretto dell’Italia Centrale cui afferisce il Sangro e il Distretto Centro Meridionale che contiene tutte le altre aste fluviali, tanto quelle cui era preposta l’Autorità di Bacino interregionale che aveva sede a Campobasso, quanto quella di “rilievo nazionale” del Volturno. L’unico criterio seguito in tale suddivisione del territorio nazionale sembra essere quello climatico che è, poi, quello delle precipitazioni atmosferiche. Il clima, di certo, varia passando dal nord al sud della penisola, quindi in senso longitudinale, ma cambia anche tra il versante adriatico dove è di tipo continentale a quello tirrenico che è mediterraneo. Quest’ultimo interessa una porzione della provincia di Isernia perché la catena appenninica qui da noi è spostata verso il Tirreno. Non si è tenuto conto nella delimitazione dei Distretti quella amministrativa (il Distretto Centrale comprende una porzione, sia pure minima, della Regione Molise) né quella dell’unitarietà del governo della risorsa idrica come dimostra il fatto che le acque del Rio Torto, affluente del Sangro, dopo aver alimentato 2 centrali idroelettriche si sversano nel Volturno a Colli. Del resto continuare ad utilizzare una ripartizione per bacini idrografici ha poco senso dal punto di vista gestionale poiché in un territorio come il nostro così orograficamente frammentato essi sono di estensione ridotta. Le valli che si trovano nel Molise formate dal Volturno e dal Fortore non hanno un’ampiezza consistente, comparabile con quella che esse acquistano rispettivamente in Campania e in Puglia. Riassumendo, la complessità della governance dei corsi d’acqua, in particolare per scongiurare le alluvioni, è notevole e ciò vale tanto alla scala micro, vedi il Calderari, quanto a quella macro la quale non è più costituita dal Bacino, bensì dal Distretto.

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La piazza di Boiano come sommatoria di piazze

Salvo Campobasso nessun altro comune molisano ha una piazza così grande, anche quella di Termoli è di metratura inferiore, seppure di poco. Una spiegazione c’è ed è valida sia per la “capitale” del Molise sia per quella del comprensorio matesino ed è che si articolano in più unità spaziali come riconosce pure la toponomastica; lo stradario boianese riporta piazza Duomo, lo spazio vicino al duomo, e piazza Roma tutto il resto. In relazione alla prima quale primo aspetto è da mettere in evidenza che essa in epoca medioevale sicuramente non esisteva e ciò lo si deduce dal fatto che l’accesso originario alla chiesa, contraddistinto da un pregevole portale romanico, era allineato al percorso principale del borgo tradizionale, corso Umberto, senza che davanti avesse una piazzetta, un pur minimo sagrato, solamente la rampa gradonata che conduce alla residenza feudale dei Pandone. In età più tarda la costruzione dovette roteare su sé stessa e venne creato un nuovo prospetto d’ingresso che è a 90° rispetto al precedente. Venne aperto di fronte a tale fronte uno slargo, più largo della stradina, la quale rimase inglobata nello stesso, che conduce alla porta urbica centrale dell’insediamento, mediana tra quelle di S. Biagio e di S. Erasmo. Si venne a configurare un rettangolo, attualmente pavimentato con lastre di basalto, centrato sulla cattedrale che ne occupa, in solitaria, uno dei lati lunghi. È qualcosa di simile ad un cortile scoperto funzionale ai riti cattolici, dove si avviano le processioni, si compongono i cortei nuziali, ecc. Avere una corte dedicata, in aggiunta, accresce la rappresentatività dell’architettura sacra. La regolarità, poi, della superficie, si è detto di forma rettangolare, una figura geometrica esatta, non un piazzale informe, contribuisce a conferire dignità alla fabbrica ecclesiastica. C’è da sottolineare, inoltre, che antecedentemente all’espansione extramuraria questo era l’unico “vuoto” intramurario e una città deve necessariamente contenere un “lotto” libero, tanto per l’esercizio delle attività commerciali quanto per le manifestazioni pubbliche. A quest’ultimo proposito si ricorda che il palazzo baronale fronteggia il lato della chiesa dove un tempo vi era l’apertura, dunque, la sede del potere civile sta discosto dalla piazza, è decentrato.

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Abbiamo sottolineato poco fa come la piazza serva alla magnificenza di quest’opera architettonica che tutt’oggi è, in tandem con il capoluogo di regione, Cattedra Vescovile, ora evidenziamo che è proporzionale all’estensione della faccia esteriore dell’edificio cultuale, quasi un rapporto 1:1. Una grandezza superiore invece di nobilitarla ulteriormente avrebbe finito per deprimerla visivamente, nel confronto avrebbe prevalso l’immagine della piazza mettendo in secondo piano, un semplice sfondo, il fabbricato di culto, sono i meccanismi della percezione. 

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Accanto al compito di introduzione all’aula liturgica, la nostra piazza assume nel tempo il ruolo di cerniera tra il centro storico e lo sviluppo urbano otto-novecentesco. Essa in quel periodo viene a far parte di un insieme più ampio di superfici aperte di cui Boiano si dota, il quale, comunque, non è una “zona omogenea”, direbbero gli urbanisti, bensì una sequenza di areali sgombri ognuno con proprie, specifiche caratteristiche. Uno di essi è appunto il largo della cattedrale, tutto sommato ristretto, il rimanente, che è la maggior parte, è una spianata alberata deputata, con esclusione del sabato mattina quando è destinata al mercato (di cui parleremo dopo), al passeggio, un’abitudine della nascente classe borghese che prende piede ovunque, una moda che pervade anche i centri minori. La presenza dei filari di alberi ne fa quasi un giardino pubblico, la flora che, cosa inusitata,

diventa una componente dell’ambiente urbanizzato. Il verde che connota piazza Roma accentua la sua diversità dalla contigua piazza Duomo, non è, dunque, solo una questione di dimensione. Le due piazze sono distinte e pure separate perché in mezzo a loro vi è la vecchia nazionale dei Pentri. La piazza Duomo, confinata tra quinte murarie, costituisce una sorta di cul de sac, un’appendice della statale 17; la sua peculiarità è di essere un angolo appartato, non attraversato, cioè, da tale primario corridoio di circolazione, solamente tangente ai flussi di traffico. È arrivato il momento in cui trattare del mercato. Innanzitutto occorre notare è che viene meno la specializzazione delle destinazioni d’uso così cara agli architetti del

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Razionalismo ovvero la zonizzazione che è la regola indiscussa da seguire nella redazione di un piano regolatore; piazza Roma è ambivalente, mercato e promenade, dipende dai giorni della settimana (e pure luogo per concerti e comizi). Ha una spiccata vocazione ad ambito di mercato in quanto trovasi lungo l’accorsato canale dicomunicazione trasportistica cui si è accennato, il quale segue la direttrice del tratturo con la transumanza che due volte l’anno fa tappa qui. 

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Al mercato si accede sia dall’asse viario predetto agli opposti capi della piazza la quale, è bene dirlo, è oblunga (prendendo il nome in un capo di v. Calderari e nell’altro v. Turno) perché la solca per intero sia dai seguenti viari ad esso ortogonali, corso Amatuzio, via Fiumicello e via Cavadini: da un lato una viabilità di largo raggio, dal lato perpendicolare a questo una di corto raggio. Gli accessi non possono essere, comunque, numerosi poiché, offrendo plurime vie di fuga ai ladri delle merci esposte, non favoriscono la sorveglianza; il mercato boianese ne ha tutto sommato un numero limitato racchiuso com’è sui lati lunghi, quelli verso Civita e verso il Calderari, da cortine murarie continue. Il mercato è attraente se è spazioso: in base al motto “la concorrenza è l’anima del commercio” quanti più ambulanti ci sono tanti più clienti vi accorrono”, “è lo shopping bellezza”.

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Il Municipio di Boiano

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 La più antica sede municipale presente nel Molise è la Curia nel Foro di Altilia, luogo di riunione del Senato cittadino, alla quale è affiancato il Comizio dove si tenevano le assemblee elettorali. Siamo in epoca repubblicana, la fase della storia di Roma che succede a quella dei 7 Re e che precede l’età imperiale, quindi a circa 2 millenni or sono, poi non si è fatto più niente. Cala il buio nei “secoli bui” del Medioevo, anche relativamente alle istituzioni municipali, non siamo noi nell’Italia dei Comuni. Durante il feudalesimo il segno identificativo del potere locale è ben altro che un municipio, è il castello; un ruolo limitato aveva l’Università dei Cittadini, al cui vertice si succedevano esponenti della popolazione del borgo con turnazioni annuali, perciò un mandato breve che non permette, di certo, di formulare programmi, bensì di occuparsi solo degli affari correnti. I rappresentanti del popolo erano 2 come i duomviri dell’antichità sostituiti, finito l’ancient régime nel “decennio francese” dai Decurioni alla guida della cosa pubblica in loco anch’essi un richiamo all’antico.

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Uno dei progetti in competizione per la realizzazione del Nuovo Borgo a Campobasso, quello dell’olandese Wan Rescant, era un piano di espansione dell’abitato imperniato sul palazzo del Decurionato. Questo era posto al centro della composizione urbanistica, il punto di partenza di tre direttrici stradali, alla stessa maniera che a Versailles e a Caserta con la reggia che costituisce il fulcro nel quale convergono 3 assi viari, il trianon. Potrebbe sembrare uno schema passatista non consono al periodo rivoluzionario che si stava vivendo, ma è solo, assolutamente non una cosa da poco, che nel capoluogo della Provincia di Molise alla dimora regia si sostituisce la rappresentanza della comunità. È davvero strano che a decidere sull’assetto urbano della nostra città dovesse essere l’Intendente, in carica era Biase Zurlo, una figura che assomiglia a quella del Prefetto così come era, perlappunto configurata, fino alla riforma regionalistica, e non i Decurioni che hanno funzioni equivalenti a quelle del Sindaco. Il palazzo del Decurionato, vince la gara di progettazione Berardino Musenga il cui piano è quello che verrà attuato, non vide mai la luce. Bisognerà attendere l’Unità d’Italia per la comparsa di un municipio in sede propria, ovviamente nel principale centro molisano. È un fabbricato apposito, anche se in realtà non lo si può considerare un episodio architettonico del tutto ex-novo poggiandosi sulle fondamenta del Convento dei Celestini danneggiato dal sisma del 1805. Il Palazzo di Città campobassano rivendica il primato di essere la prima casa comunale fatta bell’apposta e nel medesimo tempo, occupando il suolo di un monastero, è in linea con quanto accade in diversi agglomerati che è quello di sfruttare il patrimonio edilizio degli ordini monastici che il nuovo Regno d’Italia aveva soppresso incamerandone i beni. 

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Succede così, infatti, anche a Boiano e Isernia: nell’un caso il municipio di attesta nel sito della struttura conventuale e nell’altro insediandosi nei locali del convento, ambedue sempre dei Francescani, un manufatto ancora efficiente oltre che bellissimo. Per quanto riguarda il superlativo or ora impiegato per Palazzo S. Francesco è da ritenere che a spingere a collocare lì gli uffici municipali isernini sia stato, accanto all’acquisizione al demanio dell’immobile, pure la sua pregevolezza. Nella cittadina matesina per la disponibilità di un’aula solenne per le assise civiche occorre attendere l’ultimo decennio del XX secolo quando entra a far parte dell’asse demaniale il Palazzo Colagrosso. Il valore rappresentativo è confermato dall’ubicazione del municipio nella piazza centrale, a Campobasso p. Vittorio Emanuele II, a Boiano piazzale Roma, o nel corso principale, c. Marcelli a Isernia, per rimanere ai 3 esempi citati. Nel caso del riutilizzo di un fabbricato antico, per di più gravato da vincolo di tutela monumentale, è necessario che le esigenze funzionali dell’istituzione Comune si adattino agli spazi esistenti. L’architettura municipale non è oggetto di una rigida codificazione della distribuzione delle destinazioni d’uso, c’è una certa flessibilità nell’organizzazione delle superfici. Non è stata mai fissata una tipologia predefinita né lo può essere facilmente essendo frequenti i cambiamenti nell’attribuzione di compiti all’Ente Locale; la soluzione ideale sarebbe quella di un corpo, di fabbrica, che si dilati o si restringa a seconda delle competenze che ad esso vengono, rispettivamente, assegnate o sottratte dagli organi di governo nazionale oppure regionale. C’è poi da dire che è messa in discussione la natura di Comune come lo conoscevamo meno di un decennio fa in quanto molteplici sue attività adesso sono svolte a livello consortile, prendi le Unioni dei Comuni (Boiano fa parte di quella delle Sorgenti del Biferno a cui in quanto capofila ha messo a disposizione per la esecuzione delle sue incombenze lo stabile di via Cavadini un tempo Pretura). 

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Tali consorzi non sono organismi permanenti, gli associati potendo variare nel tempo, mentre permanenti, attualmente, invece, in scadenza, sono le Comunità Montane, Boiano antecedentemente al loro riordino era ricompresa in quella del Matese, cui i Comuni avevano demandato la gestione dei depuratori e delle discariche. Tale condizione di incertezza sulle mansioni comunali rende evidentemente impossibile stabilire uno schema tipologico fisso, univocamente determinato, per il Palazzo Civico. A volte sono edifici volumetricamente sovrabbondanti e a Boiano si è affittato parte del pianoterra ad un esercizio di ristoro ed in passato una porzione ad una farmacia, mentre sono stati tolti i bagni pubblici.

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Le fontane di Boiano

Perché mai a Boiano non c’è una fontana monumentale? Appare veramente strano che questa cittadina da cui nasce il fiume centrale del Molise non voglia, non abbia mai voluto, celebrare il Biferno, mostrare con orgoglio lo stretto legame che la lega a tale asta fluviale. Il progetto di una fontana monumentale sarebbe stato facilmente attuabile vista la copiosità e la perennità della risorsa idrica da cui questo primario corpo idrico scaturisce. La notevolissima disponibilità della "materia prima", è ovvio materiale liquido e non solido, avrebbe reso possibile con facilità la realizzazione di una grande fontana. Oltre a testimoniare il rapporto indissolubile che ha il nostro centro con il corso d'acqua il quale costituisce un autentico fattore identitario per l'insediamento, il monumento al Biferno che si va proponendo rappresenterebbe uno sfoggio di ricchezza, beninteso idrica (senza arrivare, magari, a sprecare l'acqua con eccessivi giochi, appunto, d’acqua), della comunità. Le fontane, poi, sono un prezioso elemento di abbellimento degli spazi urbani come si riscontra a Roma dove sono diventate attrattive turistiche complementari alle piazze storiche che esse arricchiscono. Il riferimento alla capitale d'Italia è utile anche per un altro raffronto: le fontane romane sono servite da infrastrutture acquedottistiche mentre quelle boianesi non hanno bisogno di sistemi di adduzione in quanto la risorsa idrica è presente in loco.

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È proprio tale singolarità il motivo dell'assenza di fontane di valore artistico nel comune bifernino, la risposta alla domanda posta all’inizio. Si prova a spiegare per bene: il potere sia quello feudale sia quello regio tende all'esaltazione di sé attraverso la magnificenza delle fonti pubbliche le quali sono il terminale di acquedotti finanziati dallo stesso portando in città da punti di attingimento più o meno distanti l'acqua per essere graziosamente elargita al popolo. Quando, è il caso del "capoluogo" del Matese, in cui l'acqua è di casa poiché il Biferno emerge dal Matese proprio qui, non occorre trasportare da lontano tale bene essenziale per la vita degli uomini e allora non c'è ragione di edificare fontane per glorificare il governante che ha costruito l'impianto idraulico, assai appariscenti alla stregua, per capirci, dell'arco di trionfo innalzato nell'antichità per onorare il condottiero reduce da una guerra vittoriosa. L'acqua, in definitiva, come strumento di propaganda politica. Queste fontane che concludono gli acquedotti, in genere grandiose imprese, adesso, ingegneristiche non militari, vengono denominate nella trattatistica architettonica significativamente "mostre d'acqua", nel senso di esibizione dell’acqua. Ci dobbiamo accontentare, pertanto, di descrivere fontanelle piuttosto che fontane, disseminate nell'ambito insediativo, mancando, lo si è visto, di condizioni che giustificano l'esistenza di fontane scenografiche.

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Procediamo all'illustrazione delle principali fonti cominciando dalle fontanelle ovvero fontana di S. Maria dei Rivoli. Il nome lo deve alla bella chiesa vicina e se non fosse una questione di trasposizione onomastica non vi sarebbe comunque nulla di strano nella circostanza che una fonte si chiama come una divinità; in tanti paesi ve n’è una che ha il nome della Madonna. Si tratta di una figura divina del credo cattolico, ma anche nel paganesimo vi erano fontane erette a devozione di deità e si cita quella all'ingresso di Sepino il cui mascherone raffigura il Dio Oceano. Vi è la credenza che sia stata la Madre di Dio a creare la fuoriuscita dell’acqua, i “rivoli” sono l’attributo che sta nella Sua denominazione. La predetta fontana è una maxi edicola di fattura classica, colonne, vi sono, è scontato verticali, i due tronchi che la delimitano lateralmente, e un marcapiano, una modanatura per sua natura orizzontale, che ripartisce la facciata in due porzioni, il tipico fronte con due ordini sovrapposti variando la forma dei capitelli delle colonne anzidette da un piano all’altro. Conclude la composizione un frontone. Se non fosse per il muro di fondo che è in mattoni, il laterizio richiama le costruzioni popolaresche, e non in pietra si potrebbe parlare di aulicità del manufatto. La bizzarra vasca lapidea che è a terra raccoglie le acque che fuoriescono da due bocche in bronzo (di leone).

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La Madonna, la sua effige, adorna di collanine di rosario altrettanti ex-voto, è situata in una nicchia che è centrale nello schema competitivo. S. Maria dei Rivoli non ha, certo, necessità di alcun dispositivo di potabilizzazione perché è rifornita direttamente dalla sorgente di Maiella, una delle 3 che compongono il gruppo sorgentizio che dà origine al Biferno, senza il bisogno di condutture. Passiamo ora ad un altro punto d’acqua la cui importanza è rilevata dal fatto che il “quartiere” urbano in cui è situato è identificato nella toponomastica non ufficiale con il “nomignolo” della fonte, il Cannello (le cannelle, in verità, sono due). È un idrotoponimo, seppure nella volgata popolare, alla stessa maniera della precedente per il richiamo, per quanto riguarda quest’ultima, ai rivi. È curioso notare che la fontana non è decorata da nessuna iscrizione o stemma, cosa inusuale poiché le fontane di norma sono dotate di qualche segno ornamentale: Cannello è sicuramente perché il fiotto d’acqua proviene da tubi puri e semplici, senza nessun fregio, proprio come le cannelle. È interessante la comparazione con la fonte alpestre di S. Egidio con due buche inserite in teste di cinghiale, non meri beccucci in metallo. Ha per tale sua elementarità il sapore di un’attrezzatura idrica di servizio, svolge funzioni di carattere pratico, compresa quella di lavatoio. Se S. Maria dei Rivoli è in una posizione, in effetti, periferica, il Cannello è all'interno dell'agglomerato urbanistico: la pluralità di usi cui era destinato fa sì che esso diventi un polo aggregativo, più aggregante di una piazza. 

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La terza fontanella, questa sì veramente tale, che si analizza è quella addossata al palazzo Casale, giusto adiacente ad un incrocio viario risalente alla Bovianum Undecanorum. Questa fontana conferisce al minuscolo slargo formato dal crocevia i connotati di una piazzetta. È una fontanella che si può equivocare sia un atto di generosità della famiglia nobile verso i concittadini, una specie di estroflessione della fonte in genere arredo della corte, ma è solo un’illusione ottica, la fontanella è comunale. Infine nel presente discorso non si può non accennare alle fonti idriche sfruttate per dissetare le pecore transumanti le quali dovevano essere i greti dei corsi d’acqua e non specifiche strutture tipo gli abbeveratoi di cui non c’è traccia nel perimetro urbanizzato.

Ancora 4
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S:EGIDIO sul Matese

Non è un caso che in questa località vi sia un santuario rurale. Ci sono in questo posto tutti gli ingredienti necessari per un luogo sacro. Sta, infatti, in un punto elevato da dove, aprendosi lo sguardo su un vasto panorama, si avverte un senso di possesso sulla valle sottostante, quella dell’alto Biferno, ma anche su un’ampia porzione delle colline del Molise centrale. Questa vista trasmette una forte emozione, facendo sentire l’uomo piccolo al cospetto della grandiosità del creato. L’immensità della natura è trasmessa anche dalla montagna, siamo all’interno del massiccio del Matese, che fa da cornice alla chiesetta. Il mondo naturale è dato, inoltre, dall’acqua che qui sgorga copiosa da una fontana posta vicino all’edificio di culto e dalle rocce che sono disseminate nei dintorni. Tutto ciò, insieme al cielo stellato che si può ammirare di notte poiché non vi è inquinamento luminoso, mette la persona di fronte ai misteri cosmici e, così, comunica la presenza di Dio. Se è vero che è l’ambiente stesso ad emanare una sensazione religiosa ha poco conto, allora, quale sia il santo al quale è dedicato il santuario. Di sant’Egidio non si conosce nulla se non il fatto che fosse un eremita, il quale si era ritirato in questo luogo; il suo vivere isolato nei boschi ne ha fatto, peraltro, il protettore dei cacciatori che il giorno della sua festa al termine della processione sparano a salve in onore del santo. Comunque, lo si ripete, non è un problema se sia mai realmente esistito o se sia un personaggio leggendario perché nella religiosità popolare spesso storia e leggenda si mischiano. L’immagine che viene venerata di S. Egidio è quella di un monaco con gli attributi, come il bastone pastorale, da vescovo e non poteva essere diversamente in quanto la Chiesa di un tempo sceglieva i santi tra gli ecclesiastici di rango. Essa, sia che si tratti della statua conservata nella cappella sia che si tratti della raffigurazione pittorica contenuta in qualche edicola votiva, non è un’immagine ieratica, ma ricca di una forte carica di umanità che suscita per questo l’affetto della gente, specie di quella semplice.

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Il ruolo che gioca l’immagine del santo è essenziale perché su di essa si concentrano i pensieri intimi del pellegrino, pur senza diventare oggetto di idolatria. Siamo arrivati a parlare del pellegrinaggio che è un elemento fondamentale per comprendere il valore di questo luogo. Esso sembra nato proprio in funzione di un cammino, rituale o meno. S. Egidio con la sua fonte è una tappa obbligata dell’alpeggio in quanto consente il rifornimento dell’acqua. È evidente che è la sorgente la quale alimenta un abbeveratoio ad aver determinato la scelta di tale località per l’edificazione della cappella con l’annesso rifugio. La sua posizione in un ripiano intermedio del rilievo montuoso, siamo a circa 1000 metri di altitudine, ne fa una specie di luogo di ingresso alle quote più alte e, quindi, un naturale punto di sosta prima di riprendere la salita. L’acqua di S. Egidio ha addirittura una valenza simbolica e, ciò, lo rivela un’antica leggenda che narra di una ninfa, costretta da un sortilegio a scomparire al sorgere del sole, e di un cacciatore innamorato della ninfa, i quali decidono di continuare a frequentarsi pure di giorno e, perciò, vengono condannati a trasformarsi in acqua la prima liquefacendosi all’apparire del sole e il secondo sciogliendosi in lacrime per aver perso l’amata. La fontana ha due cannelle, sotto forma di bocche di cinghiale in pietra scolpite da Mario Cavaliere, che personificano i due innamorati della favola. Torniamo alla questione del pellegrinaggio per dire che questa attività che veniva svolta una volta esclusivamente a piedi era una vera e propria pratica penitenziale. Oggi, pur se è possibile raggiungere questa località, salvo il tratto finale, in automobile, la camminata continua ad essere un richiamo ancestrale. L’escursione da Bojano fin a S. Egidio ha il valore pure di un’ascensione verso l’alto, trattandosi di un tragitto con quasi 500 metri di dislivello. La fatica del cammino viene stemperata da alcune soste lungo la via tra cui quella alla fontana dei Lontri. Il procedere a piedi rende più intensa l’attesa della meta e fa crescere la consapevolezza dell’avvenimento religioso che si sta per compiere nel santuario.

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Certo a S. Egidio non si hanno forme estreme di contrizione come avviene in altri pellegrinaggi: a Castelpetroso ci si muove all’indietro per non voltare le spalle alla divinità, a S. Angelo in Grotte vi è una lunga scalinata che i pellegrini salgono in ginocchio. A S. Egidio, eccetto che nel caso delle «compagnie», gruppi di pellegrini provenienti dai paesi vicini , non si procede in forma collettiva, ma in modo isolato o con un limitato numero di amici. A S. Egidio, per le particolari caratteristiche che ha il pellegrinaggio, quest’ultimo non può essere definito una preghiera in piedi, perché i pellegrini non recitano ormai più le orazioni durante il percorso né cantano inni sacri: queste cose le si fanno solo durante la processione che si svolge alla fine della messa. La processione prevede la circumnavigazione della chiesetta con annesso rifugio, a voler sottolineare il valore sacro del luogo. La statua di S. Egidio portata in processione seguendo un tragitto rituale delimita il “temenos”. Il corteo dei fedeli al seguito della statua che fa il giro della cappella sembra voler entrare in possesso, ogni volta, di questo spazio e, così, di sacralizzarlo. Non è un percorso brevissimo quello della processione perché il santuario è costituito da un insieme di fatti, dall’edificio di culto al rifugio per i viandanti alla fontana con abbeveratoio alla croce posta su un’altura vicina ad un pezzo del camminamento d’accesso al porticato che funge da riparo per i pellegrini. Dall’elenco che si è fatto potrebbe apparire S. Egidio come un posto molto antropizzato; invece, l’intrusione umana in questo ambiente montano è stata davvero minima poiché gli interventi effettuati sono stati, tutto sommato, minimi. Ciò che modifica il paesaggio è, più che le costruzioni, la folla nel giorno consacrato alla festa del santo. Per tutto il resto dell’anno S. Egidio rappresenta un’oasi di tranquillità interrotta solo dal passaggio di qualche escursionista che qui riempie la borraccia e si riposa prima di riprendere a percorrere i sentieri alpestri. È, comunque, l’appuntamento della festa quello in cui S. Egidio appare più bello, almeno nel cuore dei bojanesi e di quanti nei paesi del circondario sono devoti a questo santo eremita. La data della festività è stabilita dalla liturgia, ma questa ricorrenza è, in qualche modo, connessa all’esigenza di avere un giorno consacrato all’altrove. 

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Questa è una giornata che si pone al di fuori della dimensione quotidiana maggiormente che altre festività religiose perché il pellegrinaggio è un rito che, ancor di più dei culti sedentari, costituisce un momento eccezionale. A ricordarcelo è anche la seicentesca iscrizione in pietra posta sul portale d’ingresso della chiesa nella quale è scritto che sono concesse indulgenze ai pellegrini. Finora si è parlato dell’anniversario religioso come un unico giorno; bisogna precisare che il periodo della festa per molti, specie giovani, dura più giorni rimanendo a campeggiare nei pressi del rifugio. La festa così come la sua figura così antipica di santo di campagna fanno pensare a S. Egidio come la rivisitazione in chiave cattolica di qualche divinità agreste più antica e, dunque, un culto pagano recuperato dall’istituzione ecclesiastica e inquadrato nella liturgia ufficiale. In chiusura, per capire S. Egidio vale la pena fare qualche cenno comparativo con altre manifestazioni religiose che si celebrano in questo comprensorio. Innanzitutto va rimarcata la differenza tra processione e pellegrinaggio perché mentre la prima si svolge all’interno del perimetro urbano, il secondo conduce verso un santuario rurale. Si segnala l’eccezione di Roccamandolfi dove il santuario di S. Liberato è la stessa chiesa parrocchiale posta nel centro del paese. Neanche per la cadenza la venerazione è uguale: mentre la festa di S. Egidio si svolge annualmente vi è una celebrazione nel Molise, quella della Madonna di Loreto a Capracotta, che avviene ciclicamente, ogni 3 anni (un pò come i Giubilei che si hanno ogni 25 anni). Va detto che i santuari non sono sempre gli stessi, bensì se ne creano sempre di nuovi. I santuari recenti sono esclusivamente mariani e sono legati ad apparizioni della Madonna le quali rappresentano una consacrazione del luogo e questo è il caso di Castelpetroso, anch’esso sul versante settentrionale del Matese. Di fronte a S. Egidio, dall’altro lato della piana di Bojano, vi è il santuario di S. Michele a S. Angelo in
Grotte e una grotta, appunto, è il punto focale di questo santuario nella quale risiede il santo. Si è parlato di santuari vicini anche perché esistono circuiti di pellegrinaggio che comprendono la visita a più santuari. S. Egidio per un osservatore esterno è un santuario tra i santuari, per il cittadino di Bojano specialmente, esso è unico, carico com’è di significati religiosi, di memorie personali e famigliari, di fascino per la bellezza del paesaggio.

 In canoa a Boiano
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La canoa è il modo migliore per osservare l’ambiente fluviale, il mezzo più idoneo per la conoscenza dell’ecosistema acquatico. Nonostante ve ne sono di diversi tipi quelle che si usano sul Biferno sono sempre canoe biposto perché questo fiume non può essere percorso con barche più grandi. Forse per il fatto che si tratta di canoe acquistate e non fabbricate in proprio esse non vengono, per così dire, battezzate con uno specifico nome essendo uguali a tante altre e ciò è ricorrente nelle barche di fiume. Quello della passione per la canoa è un fenomeno abbastanza recente dalle nostre parti e prima di 10 anni fa pochi potevano pensare che il Biferno fosse navigabile. Andare in canoa è ancora da tanti considerato una stramberia. Chissà che stupore dovette suscitare nei boianesi vedere arrivare in città qualcuno per via d’acqua, tramite il Calderari. In precedenza sul Biferno non si erano mai incontrate barche, per cui grande, di certo, è stata la meraviglia della gente di fronte alla comparsa dei canoisti. Abbiamo nominato il capoluogo matesino anche perché è qui che ha sede l’associazione Molise Avventura i cui aderenti sono stati tra i primi a praticare canoa canadese. Boiano è, in generale, il punto di partenza delle escursioni in canoa e qui il corso d’acqua che non si chiama più Biferno, ma Calderari cambia aspetto diventando un elemento dell’ambiente urbano, non più di quello naturale: una cosa destinata certamente a colpire i canoisti è che, oltre allo scenario costituito da edifici, i ponti si infittiscono.  A volte occorre passare di misura sotto il ponte, quello lungo corso Amatuzio. I ponti sono un problema per i canoisti, ma pure delle attrazioni. Vi sono in questo tratto iniziale del Biferno, diciamo fino alla Piana dei Mulini, meta abituale di chi va in canoa, diverse tipologie di ponti, da quelli in mattoni a quelli in pietra fino a quelli più moderni in cemento; i ponti si distinguono per il numero delle loro campate, plurime quando il corpo idrico attraversato è il Callora, per la loro funzione, ferroviaria (sul Rio quando incontra il Callora) o stradale. I ponti sono differenti fra loro per via dell’origine, alcuni costruiti dai Comuni altri dalla Provincia e così via. Gli ultimi arrivati sono i viadotti della Bifernina i quali hanno un’altezza di molto superiore a quella dei ponti della viabilità precedente. Sotto i viadotti si sente il rumore dell’inteso traffico automobilistico di questa che è la principale arteria viaria molisana, specie dei TIR. Ciò impedisce a chi sta sulla canoa di ascoltare la corrente che significa ascoltare la natura e quando vi sono le acque morte di ascoltare il silenzio, anch’esso naturale. Forse occorre precisare che stiamo parlando solo del pezzo di fiume ricompreso nei comuni di Boiano e Colledanchise che è quello interessato dal fenomeno della canoa. Quest’ultimo si spera avrà un impulso dalla trasmissione Linea Verde che ha dedicato una puntata del mese di marzo scorso al Biferno con riprese effettuate in canoa.

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È necessario cominciare a pensare ad azioni di sostegno a questa tendenza a cominciare dalla creazione di un sito web contenente l’offerta di itinerari. Oltre alle informazioni sul web sarebbe opportuna l’installazione di tabellonistica illustrativa. Non vi è una cartina turistica nella quale vengano indicati gli accessi dal territorio con la vicinanza alle strade (comunque quelle di accesso al fiume sono poche), i punti di ristoro prossimi all’asta fluviale come bar e ristoranti, la ricettività, gli ostacoli lungo il percorso; nella stessa mappa dovrebbero essere segnalati i beni culturali che si incontrano a partire dal mulino idraulico con la sua gora ubicato presso la sorgente di Pietre Cadute. Gli itinerari in canoa andrebbero integrati con quelli in bici o con quelli a piedi. Non vi è un posto per il praticante occasionale dove poter noleggiare le canoe, né, a differenza di quanto succede sul Tammaro nella piana di Sepino, vi sono attracchi per le imbarcazioni. Mancano cooperative, magari giovanili, di accompagnatori per chi vuole andare in canoa e che affittano le stesse, che aiutano a riprendere le automobili parcheggiate nel punto di inizio del viaggio in barca; guide che sappiano essere pure degli istruttori per coloro che desiderano imparare la tecnica della navigazione con la canoa. Non c’è bisogno di essere degli sportivi e per vogare bene basta conoscere alcuni movimenti base, è importante saper assecondare la corrente.

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 I percorsi potrebbero essere divisi in più tappe, specialmente se si parte dal Callora. Si potrebbero proporre escursioni sul fiume in notturna, quando si può assaporare il silenzio della sera anche se si deve tener conto che le zanzare aumentano dopo il tramonto. Il periodo primaverile è quello più idoneo per andare in barca sia perché in autunno è freddo sia perché in primavera la portata del Biferno è maggiore per lo scioglimento delle nevi del Matese. Si è auspicata la nascita di cooperative che forniscono servizi a chi vuole praticare la canoa, ma nello stesso tempo è opportuno, per aumentare l’attrattività, che la navigazione sul fiume rimanga qualcosa, per così dire, di esotico, deve rimanere un po’ di avventura. È affascinante, in qualche modo, essere costretti  a trascinare a mano le canoe per superare ostacoli presenti in alveo, quale potrebbe essere un albero caduto. È meno suggestivo se gli sbarramenti sono rappresentati da lavatrici o altre tipologie di rifiuti « ingombranti ». In effetti, è questo uno dei motivi ricorrenti, insieme all’inquinamento idrico e agli insetti, a dissuadere tanti dal frequentare il fiume, oltre alla paura dell’acqua dolce poiché gelida: le canoe sono un utile strumento per monitorare la salute del Biferno fornendo un contributo importante al controllo della qualità delle acque.

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Ritorniamo allo spirito avventuroso, da esploratori, quasi si trattasse di una spedizione fluviale, specie agli esordi della passione del canoismo, richiesto a chi pratica la canoa il quale viaggia scomodo portando con sé sacche impermeabili in cui custodire cineprese, telefonini e macchine fotografiche, oggetti elettronici che temono terribilmente l’acqua. Seppure ingombranti le fotocamere sono una dotazione necessaria per documentare l’ambiente fluviale in quanto è dall’interno dell’alveo che si colgono meglio le caratteristiche naturalistiche del corso d’acqua, pur se spesso il fotografo si limita a riprendere le sue sponde dominate da salici e pioppi e, a volte, sul Callora, bucherellate dai nidi dei gruccioni trascurando nella ricerca fotografica la rappresentazione del colore della corrente, i ciottoli presenti nel suo letto di forme diversissime, ecc.. Dall’esterno è davvero arduo fotografare il Biferno che si nasconde a causa della vegetazione spondale la quale spesso è riconosciuta come « habitat di interesse comunitario » e, se lo si vuole osservare dalla Bifernina, dai guardrail. Va ribadito, in conclusione, che tutto quanto si è detto è riferito unicamente ad una porzione del fiume, non alla sua interezza, è questa un’operazione legittima perché il Biferno è un corso d’acqua che può essere letto per parti; d’altro canto è inconcepibile per l’estensione anche solo pensarlo nella sua interezza, al medesimo modo di essere capaci di cogliere il paesaggio fluviale nel suo insieme. I canoisti, i pescatori, i poeti, i pittori vivono separatamente il loro spezzone di Biferno: ci si muove, vale pure per le canoe, sempre in quella parte di fiume che viene identificata con tutto il Biferno e ciò è ancora più valido se si tratta del pezzo che riguarda Boiano dove è molto spiccato nella popolazione il sentirsi bifernini. 

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L’episcopio
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Il conte abitava in territorio rurale, il vescovo in territorio urbano, del resto la coabitazione in un medesimo posto sarebbe stata problematica in quanto si tratta di due figure “ingombranti” nel senso che occupa, ciascuna di esse, assai spazio in termini, s’intende, di potere; due autorità, quella militare e quella ecclesiastica, che a stare insieme si sarebbero fatte ombra reciprocamente. I castelli si localizzano in posizione strategica dal punto di vista del controllo territoriale e della difesa, in definitiva del respingimento dei nemici, una logica che non appartiene alle città le quali, al contrario, sono attrattive; esse essendo luoghi di commercio prediligono l’ubicazione in adiacenza di vie di transito, aperte all’afflusso di venditori e di acquirenti. A Boiano succede esattamente questo, il maniero è in altura, Civita S., e l’agglomerato cittadino è a valle, attraversato da importanti canali di spostamento, il tratturo e la via Minucia; all’epoca di cui stiamo parlando l’altomedioevo, però, il traffico era limitato per via dell’instabilità politica la quale rendeva insicuri i viaggi. L’opera castellana boianese è molto ampia, la più ampia del Molise e tale ampiezza è stata consentita dal fatto che Civita Superiore superiormente è un altopiano, morfologia del suolo che consente l’edificazione di una struttura planimetricamente estesa. Il fattore determinante della scelta dei Normanni di costruire qui su la residenza del conte di Molise è da ritenere sia stata l’orografia del sito, piuttosto che la volontà di raccogliere l’eredità ideale quale capoluogo di contea dell’antica Bovianum capitale del Sannio.

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Una delle residenze, ci correggiamo subito, non l’unica come dimostra l’episodio dell’ultimo titolare della contea nella rocca di Roccamandolfi assediata dalle truppe sveve. Il vescovo è, invece, radicato in quella data città, non muove la sua “cattedra” da un comune all’altro (nonostante le pressioni degli agnonesi il vescovado è rimasto a Trivento, per esempio). Il feudatario può avere un feudo d’elezione, ma al contempo è dominus pure di ulteriori “terre” e l’esemplificazione adesso ci è fornita dal Conte Cola di Monforte il quale pose la sua base, per così dire, a Campobasso anche se gestiva contemporaneamente Campodipietra, Gambatesa fino a Fragneto Monforte; la cura dei possedimenti richiedeva la mobilità del plurifeudatario. In sintesi, il vescovo è stanziale e il conte è ubiquo. La sede comitale non è sempre, vedi perlappunto Civita, interna all’aggregato urbanistico, vi si trasferirà con la “rifeudalizzazione avvenuta nel periodo della dominazione spagnola quando vennero a cadere le ragioni dell’arroccamento dei baroni, non più quei riottosi signori autori delle “congiure dei baroni”. Essi si insediano nei nuclei abitati erigendo ivi i propri palazzi di famiglia, Pandone a Boiano il quale è significativamente al punto opposto dell’insediamento rispetto all’Episcopio. Tale distanza rimarca il permanere della contrapposizione tra il governo civile e quello episcopale nell’età del Viceregno. Per quanto riguarda, invece, la domus vescovile è da notare che in una entità insediativa così remota la formazione del tessuto edilizio era già completata al momento dell’avvento del cristianesimo per cui essendo satura la superficie nella scacchiera viaria impostata dai Romani, non c’erano cioè lotti disponibili, fu posizionato il Vescovado all’esterno. Gli edifici per il nuovo culto devono collocarsi fuori dal perimetro urbanizzato, da S. Biagio a S. Maria del Parco, al Purgatorio, a S, Nicola, a S. Maria dei Rivoli, a S. Erasmo chiesa che è attaccata al palazzo vescovile.

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La cattedrale, la quale probabilmente si sovrappone ad un tempio pagano, è sì dentro le mura, in adiacenza comunque ad una porta urbica oggi scomparsa, quindi anch’essa ai margini della scacchiera ippodamea del vecchio municipium. Una corona, tanto lunga è la serie di “attrezzature cultuali”, che viene a cingere il “centro storico”, per usare due espressioni del vocabolario dell’urbanistica. A completare tale teoria di manufatti architettonici per la pratica del credo cattolico, altrimenti vi sarebbe stata una lacuna, c’è il convento di S. Francesco, adesso al suo posto c’è il municipio. I Francescani devono vivere nei paraggi di un paese popoloso, perché, in quanto ordine mendicante, vivono di elemosine e proprio per questo la loro presenza è un indicatore della sua ricchezza. Non c’è da meravigliarsi se non ci sono i Benedettini, l’altra grande organizzazione monastica, poiché questi monaci non “prestano servizio” in città, bensì in campagna; è nel loro DNA, essi all’indomani della caduta dell’Impero si preoccuparono della ripresa della vita nell’agro, agendo direttamente in base alla Regola Ora et Labora, e indirettamente tramite i coloni. L’abate, prendi quello di S. Vincenzo al V., fonda addirittura, nella sua opera di colonizzazione, nuovi villaggi sui quali esercita una potestà simile a quella del vescovo nelle realtà cittadine. Se ci fosse stata l’abbazia si sarebbe avuto un problema di coesistenza tra abate e vescovo simile a quella di cui si è parlato tra quest’ultimo e il conte. Il quadro delineato è quello della compresenza nel nostro contesto comunale di due poli, a monte la fortezza feudale a valle l’urbe, i municipia sono in sedicesimo repliche dell’Urbe, guidata, non solo una guida morale, dal vescovo. Entità distinte, una sopra e una sotto, ma non del tutto separate. È evidente, date le notevoli dimensioni della fortificazione di Civita, che nei momenti di pericolo essa era destinata quale ultima ridotta ad accogliere tanta gente, il carisma divino del Pastore della Diocesi non sempre basta ad arrestare gli aggressori. In tempo di pace Civita restava vuota, popolata unicamente dagli uomini al servizio del signorotto, una sottospecie di corte, oltre ai soldati.

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Il Biferno costituisce una sorta di fattore identitario per Boiano, la città che si gloria di avergli dato i natali, i natali del maggior corso d’acqua interamente molisano, natali che, si rinnovano in continuazione, non dunque una tantum, poiché non è mai la stessa acqua a scorrere sotto uno dei ponti o, adesso, viadotti che servono a scavalcare l’asta fluviale lungo la Bifernina. Il Biferno è quasi il simbolo di questa cittadina i cui abitanti, è l’unico centro abitato del Molise dove coloro che vi risiedono possono essere denominati così, sono detti anche bifernini. I boianesi hanno diritto pure all’appellativo di matesino del quale, però, non hanno l’esclusiva condividendolo con quanti abitano negli altri comuni posti alle pendici di questo pezzo di Appennino anche se possono rivendicare qualche priorità nell’adozione del termine matesino per identificarsi e ciò in virtù del fatto che in antico il nome del monte del Matese era Tifernus mons e Tifernus è Biferno; il fiume che abbiamo detto nasce a Boiano en effetti nasce da tale montagna per cui appare, in fin dei conti, indifferente per chi vive a Boiano essere chiamato bifernino o matesino.

È di maggior vanto, ad ogni modo, per Boiano essere riconosciuto bifernino perché la ricchezza d’acqua è sempre stata sinonimo di ricchezza tout court, le grandi civiltà, prendi quella sviluppatasi in Mesopotamia, sono civiltà fluviali, le zone montuose sono state in ogni tempo associate alla povertà, non c’è un granché di cui essere fieri nel legame con un rilievo montano. La copiosità d’acque giustifica la formazione di un insediamento abitativo di consistenti dimensioni qui e, del resto, non solo le civiltà più progredite, ma anche le città più grandi sono quelle fluviali. L’abbondanza di risorsa idrica, tanto più che si tratta di acqua pura scaturendo da sorgenti e perciò potabile, ha permesso il sorgere alle sue scaturigini di un centro popoloso. L’acqua è un bene essenziale oltre che per soddisfare la sete per tutta una serie di bisogni antropici. Il Calderari, un ramo del Biferno, si rivela fondamentale per allontanare gli scarichi fognari dall’ambito urbano che esso attraversa, quindi per ragioni igieniche. Un’altra ragione è, stavolta siamo nel settore alimentare, per irrigare la fascia di orti che lo fiancheggia; nella medesima finalità rientra pure il mulino che sta all’inizio dell’altro braccio del Biferno a Pietrecadute e, ancora, connesso al nutrimento vi è l’allevamento di trote al quale è collegato un laghetto di pesca sportiva vicino alla sorgente di Maiella. L’acqua che scorre nel Biferno dà vita anche ad alcune iniziative paleoindustriali, dalla segheria idraulica di via Ciammarucone alla centrale idroelettrica di Pietrecadute; vi è poi un’attività produttiva che si svolgeva un tempo su una sponda del Calderari nel sito di, appunto, Tintiere Vecchie in cui si tinteggiava la lana tosata delle pecore per la macellazione delle quali doveva sicuramente esserci nelle vicinanze di questo rio un mattatoio. La principale lavorazione artigianale è, ieri come oggi, quella casearia senza dubbio legata al Biferno perché la produzione di latticini richiede molta acqua.

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Da non molto il nostro fiume è stato visto in un’ottica ricreativa: l’alveo per le escursioni in canoa, gli argini per passeggiate lungofiume. Non ci sono le condizioni per farne un canale navigabile per il trasporto merci, neanche per la fluidificazione del legname diretto alla segheria. Come si è potuto constatare da quanto si è elencato sopra l’economia boianese integra i beni della montagna (boschi e pascoli innanzitutto) con la notevole disponibilità idrica del fondovalle e tornando alla questione in discussione prima se Boiano va definita centro matesino oppure bifernino si può concludere che esso è innanzitutto legato al Biferno e poi al Matese. Per merito del cospicuo quantitativo d’acqua ivi presente questa città fin dalla notte dei tempi è stata un caposaldo della transumanza e quindi un polo di scambi che da intermittenti, l’andata e ritorno delle greggi tra Abruzzo e Puglia, sono diventati continui assumendo Boiano un ruolo di mercato stabile. La vocazione commerciale è favorita dal passaggio di una fondamentale arteria di età romana che nell’abitato si trasforma in decumano il quale contende lo spazio al Calderari, c’entra sempre il fiume quando si parla di Boiano sia se fonte di prosperità sia se d’intralcio alla circolazione viaria come in questo caso, nel bene o nel male è una presenza “ingombrante”. Il corso d’acqua produce disturbo alla cittadinanza allorché favorisce il formarsi della nebbia la quale, nonostante a volte sia assai persistente, non ha dissuaso le persone a stare qui da oltre 2.000 anni, troppo vantaggioso è avere a portata di mano un’ingente quantità d’acqua da sfruttare per usi civili, agricoli, ecc. Una risorsa che per essere utilizzata non necessita di particolari infrastrutture idrauliche e ciò deve essere il motivo per cui nel modo di sentire della gente del posto l’acqua è connaturata alla gratuità. Non di specifiche opere fisiche si abbisogna, è vero, e però di tantissimo lavoro umano, in prevalenza femminile, per il trasporto dell’acqua dalla fontana all’abitazione mediante la tina sorretta da una donna che è il soggetto di una statua situata nel cuore della città. È oneroso ed eccone la gestione del servizio idrico e per tale problema insieme a quello della scarsità dell’acqua che si va accentuando a livello planetario occorre evitare la dissipazione di questa autentica “materia prima” della vita. 

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L'itinerario della passeggiata sull'acqua

La partenza è da Piazza Pasquino da cui si intraprende la strada che sale verso la Piaggia per raggiungere il Cannello. È la prima sosta dell’itinerario. Si tratta di un ampio slargo in lieve pendio al cui centro c’è una fontana che è anche lavatoio. Si deve essere trattato dell’imbrigliamento di una sorgente mediante un muretto, la briglia, da cui l’acqua, ormai imbavagliata, è lasciata defluire in parte in una vasca, il lavatoio, e per la restante parte costretta a passare per un tubo il cui terminale è un cannello in metallo, la fonte. Ci sono alcune considerazioni da fare a proposito del Cannello: la prima è che “i panni sporchi si lavano in famiglia” per evidenti ragioni di privacy, non in una pubblica piazza come succede qui, la seconda è che il lavaggio degli indumenti sozzi produce odori molesti e perciò non sta bene sia fatto in un luogo circondato da presso da abitazioni, la terza è che le acque di scarico del lavatoio, acque luride, per il medesimo motivo della prossimità con gli alloggi, sono convogliate in una condotta interrata. Certo, vi sono indubbi vantaggi nell’avere una simile attrezzatura nel mezzo di un quartiere abitativo, in verità uno solo, quello che si risparmia alle donne, alle quali è affidata la mansione di lavandaia, di dover compiere tragitti lunghi, tanto più faticosi in quanto occorre trasportare le ceste cariche di panni, per raggiungere il sito di lavatura (per fare il paio con stiratura). Lasciato dopo la visita il Cannello si prosegue lungo un pezzo di via Conte Ugone, il Conte di Molise, toponimo che è l’unica testimonianza in città del periodo normanno per ricongiungersi di lì a poco con il percorso viario che porta, dopo non molto all’altezza del tornante in cui termina il tratto urbano di questa arteria e inizia, è scontato, quello extraurbano e qui ci si immette nella stradina di servizio dell’impianto di captazione della sorgente di Maiella.

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L’illustrazione di questa importantissima opera idraulica, innovativa per il tempo in cui fu realizzata, siamo agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso e innovativa ancora oggi la si lascia, per la complessità degli apparati ingegneristici e del sistema di funzionamento che sono difficili da spiegare per un non addetto ai lavori, ai tecnici dell’azienda Molise Acque presenti in loco i quali potranno fornire esaurienti delucidazioni ai visitatori e noi continuiamo. Adesso la percorrenza è in discesa seguendo una scalinata che conduce alla fontana di S. Maria dei Rivoli, seconda fermata. È la più bella delle fonti che vi sono a Boiano impreziosita dall’immagine della Madonna. Ad Ella si attribuisce la grazia della fornitura d’acqua, il bene supremo, alla popolazione. Vale la pena fare una comparazione con il Cannello, ambedue hanno un fronte che abbellisce, concludendola, la parete da cui scaturisce il flusso idrico, non lo ha nessun altro punto di attingimento del fondamentale liquido in città, la facciata qui è in mattoni mentre al Cannello, dove è più piccola, è in pietra, S. Maria dei Rivoli è periferica rispetto all’abitato il Cannello è centrale ad un settore urbanistico. Ciò che maggiormente distingue S. Maria dei Rivoli è che le bocche da cui scaturisce l’acqua sono in basso per cui il catino che la raccoglie è a terra, disposizione ottimale per il riempimento delle tine. Poiché acqua sorgentizia sia S. Maria dei Rivoli sia il Cannello non c’è bisogno che sia potabilizzata, è pronta per il consumo umano. Si evidenzia che entrambe, Cannello e S. Maria dei Rivoli, sono idrotoponimi il che rivela l’importanza dell’acqua nella identificazione di un luogo. Lasciata S. Maria dei Rivoli ci si incammina, passando a fianco dell’eterno cantiere delle Vie dell’Acqua, verso le vasche di allevamento delle trote, il terzo step della nostra escursione.

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È significativo che l’acquacoltura stia proprio a valle delle sorgenti di Maiella, perché è nelle sorgenti che vengono a deporre le uova le trote e ciò conferisce a tale impianto artificiale l’aura di qualcosa di naturale. Dopo i saliscendi che abbiamo effettuato è il momento di muoversi in piano avviandosi a passeggiare nel lungofiume. È un paesaggio suggestivo quello che si percepisce da qui caratterizzato da una sequenza di orti e dall’allineamento dei fronti secondari delle case che lo costeggiano ad una certa distanza, prospetti destinati a non essere visti ai quali si sono addossati superfetazioni varie il che conferisce all’area una dimensione domestica. Dopo un centinaio di metri dall’avvio si può scorgere, al di sotto di un ponticello, l’innesto in questo corso d’acqua del Fosso di Spina, uno dei torrenti montani che in passato hanno provocato parziali inondazioni di porzioni della città. Il Calderari con il suo alveo disposto alla quota inferiore della superficie comunale funge da collettore di tutte le acque. Siamo, anzi eravamo finora in area periurbana ed ora si entra decisamente nel perimetro urbanizzato, nel cuore dell’insediamento, ad un tempo antico, la colonia romana, e moderno, l’attuale comune, in cui è riemerso il decumano della Bovianum Undecanorum per la cui realizzazione i Romani dovettero spostare il letto di Calderari, magari all’interno di una più complessiva azione di bonifica territoriale della quale gli ingegneri romani erano maestri. Superato il ponte di corso Amatuzio si scorgono alcuni interventi di rinaturalizzazione dell’ambiente fluviale. Si oltrepassano, poi, ulteriori due ponti su via Fiumicello, si noti anch’esso un idrotoponimo, il primo, e su via Cavadini, il secondo; di qui in poi è campagna, ma il lungofiume non si arresta, bensì fa un’inversione a U. Si forma uno specchio d’acqua concavo che è l’habitat di alcune papere che vi vivono stabilmente indisturbate. La passeggiata descritta la si può percorrere anche all’inverso sulla sponda opposta e, però, noi non cambiamo senso di marcia, non torniamo indietro, andiamo avanti abbandonando il Calderari. La meta finale che ci siamo proposti è il lavatoio di via Turno. Questa via prende il nome da uno dei minuscoli rivi, come fa la già citata via Fiumicello, il corso dei quali sfrutta depressioni della piana su cui sorge Boiano, la quale quindi non è completamente piatta, confluendo nel Calderari il quale li drena. Il cerchio dell’itinerario viene a chiudersi, all’inizio ci siamo imbattuti nel Cannello, l’altro lavatoio. Quello di via Turno costituisce un po' l’evoluzione della specie in quanto più lungo e, perciò, con maggiori postazioni di lavaggio, coperto, separato dalla zona abitativa, con deflusso dell’acqua in un canale allo scoperto, formato da più vasche in serie digradante il che favorisce lo scorrimento dell’acqua evitando il ristagno delle acque luride. In definitiva, i lavatoi sono un segno di civiltà, altrove le donne dovevano lavare i panni sul greto di un fiume, e questa conquista civile è stata consentita a Boiano dalla sua ricchezza di acqua corrente. 

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La pavimentazione di Piazza Duomo
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Una precedente proposta progettuale prevedeva la realizzazione di una pavimentazione riproducente quella presente dentro la chiesa. La perplessità era legata all’adozione di un disegno pensato per l’interno e non per l’esterno. Più che altro si trattava di un divertissement. Costituiva un’ideazione fantastica, cioè di fantasia, che avrebbe prodotto una straneazione del luogo con la configurazione, tramite la pavimentazione, di una piazza semicircolare la quale evidentemente non vi è mai stata; secondo la visione dell’architetto, Carlo Melfi, essa era ben più ampia dello slargo attuale. Le fasce curvilinee si sarebbero spezzate in coincidenza con la cortina edilifia fronteggiante il duomo, continuando nel vicolo retrostante. Questo della sottolineatura delle impronte di un preesistente, ipotetico assetto urbano è una costante in tanti progetti contemporanei di sistemazione di spazi pubblici nei centri storici. Tale sottolineatura sarebbe stata leggibile pienamente solo dall’alto, magari da quella mongolfiera concepita dai giovani partecipanti del workshop estivo organizzato una decina di anni fa nel centro matesino dalla Facoltà di Architettura di Napoli, ancorata nel cuore di piazza Roma. Il progetto, anche nella versione successiva, quella attuata, come la gran parte dei progetti in Italia per le aree ad uso collettivo negli agglomerati antichi, riguarda solo il pavimento, non occupandosi di molto altro più. Esso non è collegato ad un piano del colore per gli edifici che le contornano i quali in piazza Duomo formano facciate pressocché continue su due dei lati che racchiudono questo spazio e nemmeno ad un rifacimento dell’illuminazione e alla dotazione di arredo.

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La messa in opera di una nuova pavimentazione si associa spesso con la pedonalizzazione dell’ambito la quale, seppure giunta in ritardo rispetto ad altre realtà urbane dove si è vietato da tempo il traffico veicolare nelle zone più significative, è la benvenuta. È rimasto, comunque, il marciapiede il quale serve da divisione tra veicoli e pedoni, ma qui essendo in un ambito interdetto alle automobili esso non ha nessuna utilità, piuttosto rischia di compromettere la leggibilità di questo luogo quale piazza e non strada. L’intervento attuato è stato oggetto di accertamento di compatibilità paesaggistica, procedura prevista dalla legge per le opere realizzate senza la preventiva autorizzazione della Soprintendenza; il procedimento ha avuto esito positivo. L’oggetto del contendere, se così si può dire, è stata l’utilizzazione del basalto il quale, infine è stato considerato ammissibile in quel contesto. Messa una pietra sulla pietra vulcanica la quale ha, comunque, in sé qualcosa di sensuale, di evocativo rimandando il pensiero al Vesuvio siamo pronti per l’esame del disegno architettonico. Ciò che colpisce maggiormente in un colpo d’occhio iniziale guardando il nostro spiazzo è il suo essere una superficie ininterrotta, senza cioè alcuna partizione interna. Non si individuano, perché proprio non vi sono, quei componenti che usualmente compaiono nella pavimentazione delle piazze, dalle converse agli incavi ai bordi, i quali hanno un valore funzionale, in particolare per evitare il ristagno delle acque di scorrimento meteoriche, prima che formale. L’eliminazione di cornici e riquadri lo rende uno spazio uniforme, uniformità dovuta anche all’impiego di un materiale unico. I conci del pavimento sono stati posati in maniera continua per intenderci alla stregua di un battuto di cemento e ciò lo connota quale distesa, in maniera etimologicamente esatta, monolitica oltre che monocroma, il colore comune è una variazione del grigio, un grigio scuro. I pezzi che formano il pavimento, per settori, hanno un trattamento superficiale differente, una differente zigrinatura per renderlo antisdrucciolevole, il quale lo si scorge unicamente se si guarda con occhio attento. Questa dei dettagli è una questione cruciale: sono loro a caratterizzare veramente lo spazio, ma sono pressocché invisibili per un visitatore disattento e vengono registrati solo se li si cerca.

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L’abitudine a vedere il dettaglio, in effetti, si sta perdendo. Quando ci si sofferma con la vista, osservando con attenzione, sul piano della piazza, si scorgono le fasce secondo le quali è organizzato il lastricato, individuabili esclusivamente dalla specifica rigatura delle “piastrelle” lapidee; niente di vistoso, non sono per niente assimilabili alle “cornici e riquadri” di cui sopra che, in genere, hanno un’altra colorazione e pezzatura dei pezzi differente. Siamo di fronte a filari rettilinei di quadrotti basaltici, la cui “pelle” sembra essere stata graffiata, giusto un po’ di più che grattata, un gatto chissà, con zaffate nella medesima direzione, con i quali si compongono figure geometriche regolari e ripetitive. I moduli di pavimentazione non sono tanto grandi (sarebbero inidonei per un disegno articolato) né tanto piccoli (il quadro grafico risultante sarebbe troppo particolareggiato), si è scelta una scala dimensionale intermedia. È inutile ricordare al proposito che la larghezza delle mattonelle in coordinamento con lo spessore dipende dal peso che si deve sostenere, superiore qualora l’ambito sia carrabile. Affinché non si interrompa la regolarità visuale occorre che non si vedano le linee di congiunzione tra i vari elementi della pavimentazione e ciò lo si è ottenuto curando il perfetto accostamento dei conci; meno sono e, quindi, più ampi, meno giunzioni ci sono. Dalla descrizione passiamo alla valutazione senza prima non aver rammentato che, lo ha detto Vitruvio, l’obiettivo primario è l’utilitas, l’utilità, la necessità di pavimentare il sagrato del duomo, in precedenza asfaltato, poi la firmitas, la corretta fattura del manufatto e, infine, al terzo posto, la venustas, la bellezza. L’intervento si presta a molteplici interpretazioni che vanno anche al di là delle intenzioni del progettista: da quella di un design “minimalista”, a quella di una ricerca di ordine, a quella di una volontà di purezza con la rinuncia a ogni motivo ornamentale, a quella di una espressione di semplicità ovvero di sobrietà ovvero di austerità e così via, fino ad una lettura quale segno Zen. Sono, comunque, ancora vive nella comunità locale le polemiche sull’operato progettuale le quali hanno riguardato soprattutto l’utilizzazione di una “materia prima” estranea alla tradizione costruttiva del posto.

Le insegne commerciali in passato
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I negozi sono una delle componenti urbane che si è evoluta maggiormente nel tempo. Qui ci interessiamo esclusivamente al loro fronte esterno, non addentrandoci, nel senso proprio di non entriamo dentro, nell’interno del locale commerciale. All’inizio l’unica loro caratterizzazione era la scritta, magari in corsivo, a mano libera, diciamo così, al di sopra dell’uscio riportante il nome dell’attività, alle volte sullo stesso portale in pietra. L’apposizione col pennello della denominazione dell’esercizio commerciale denuncia sbrigatività, rivelando una certa provvisorietà della destinazione d’uso di quel vano, mentre la presenza di un’insegna con scrittura meno precaria, meglio con caratteri di tipo, non è una ripetizione, tipografico, tanto realizzata direttamente sull’intonaco quanto su un tabellone affisso alla parete, ci fa capire che ci troviamo al cospetto di un punto vendita ben definito, non ad un utilizzo transitorio di tale ambiente.

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In questi negozietti, diciamo così, improvvisati che si può ritenere risalgano all’inizio dell’era commerciale, la grafia elementare, un’espressione spontanea adoperata ad indicare il settore merceologico cui sono dedicati, ha qualche assonanza con quella dei writers odierni; come i graffiti contemporanei, quelli di qualità, vanno preservati così è opportuno che queste primordiali insegne non vengano cancellate dato il loro valore storico-documentale (prendi quella che c’è a Boiano riguardante la vendita di “panni all’ingrosso”). Oltre all’insegna occupante un apposito riquadro la bottega commerciale in una versione evoluta si connota spesso per la presenza della vetrina dove viene esposto un campionario della merce in vendita. La vetrina può essere a filo di facciata, appena sporgente da essa, ed allora sta al di fuori della bottega in continuità e contiguità con l’ingresso: è quanto avviene lungo via Ferrari a Campobasso dove si incontra una teoria ininterrotta di tale tipologia di vetrine in legno, una caratteristica che rende questa antica strada davvero unica. Più frequenti sono le vetrine ricavate nel “foyer” del negozio ottenuto, a sua volta, mediante l’arretramento della porta di accesso al locale. Tale spostamento all’indietro dell’entrata non può essere molto consistente, così come si desidererebbe per configurare una specie di galleria commerciale, altrimenti si ridurrebbe troppo lo spazio di vendita in seno al negozio. Necessariamente si deve limitare ad essere qualcosa di poco di più di un invito. Una chiosa obbligatoria a quanto finora esposto è che le attività commerciali alle quali ci si è riferiti sono collocate in edifici tradizionali. Ne discende che la dimensione delle stanze è predeterminata dal passo della maglia muraria. Tale condizionamento, non c’è nelle strutture in cemento armato. Così come la profondità è ridotta pure il varco d’ingresso non è largo e ciò per rispettare un equilibrato rapporto tra pieni e vuoti il quale garantisce la stabilità nei fabbricati in muratura. Un’ulteriore connotazione è che le insegne sono poste, di regola, superiormente alle porte dei negozi, di rado a lato, dunque al contrario di quanto avviene per le targhe di uffici, laboratori, ecc. anche quelle di una certa grandezza.

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C’è una ragione di visibilità valida per i negozi: l’insegna più è in alto più si vede a distanza e ciò serve ad attrarre acquirenti. Si giustificherebbe meno per gli studi, per gli ambulatori di analisi mediche e così via i quali si debbono far conoscere esclusivamente tramite i loro meriti professionali, non cercando di farsi notare, di catturare l’attenzione dei potenziali clienti con prepotenti cartelli. Maggiore è l’altezza dal suolo maggiore è la “taglia” delle lettere da impiegare, altrimenti dal basso, ad “altezza d’uomo”, non si riesce a leggere distintamente il testo della comunicazione commerciale, più ci si eleva più ci si deve ingrandire. Le insegne sono una cosa e i messaggi pubblicitari sono una cosa, seppur leggermente, diversa: si cerca di attirare il consumatore tanto con le prime quanto con le seconde. Pure per la propaganda commerciale in forma di testo murale vale la regola della collocazione da terra già spiegata. A Boiano abbiamo che su un brano di muro cieco il quale sta all’ultimo livello, dunque in alto, del palazzo che ospita al pianterreno il negozio di vestiti della ditta Castrilli vi è riprodotto un vecchio slogan pubblicitario della medesima impresa, ben visibile nell’intorno urbano. L’insegna di questa rivendita di abiti che “marca” l’ingresso e la pubblicità sono svincolate fra loro, spazialmente separate. Ci troviamo a Corso Amatuzio e sulla stessa street market boianese vi è sulla facciata di un’altra palazzina in cui aveva sede la distilleria al secondo piano, vi è in caratteri cubitali la scritta Liquore Biferno. Le insegne pubblicitarie possono costituire alterazioni dell’immagine architettonica dello stabile applicate sulle mura, mentre se riprodotte su tabelloni disposti “a bandiera” rischiano di intralciare le vedute che dalla città si aprono verso la campagna (vi è un’antica insegna in metallo nel centro matesino fuoriuscente, non aderente dalla murazione, che riporta la dicitura “salsamenteria e fiaschetteria”).

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Il piano paesistico vigente nell’ambito territoriale del Matese prescrive che è vietata l’installazione di cartellonistica pubblicitaria sulle arterie extraurbane e all’interno del nucleo abitato che rischiano di disturbare la veduta del massiccio montuoso. In questa cittadina, nuovamente a corso Amatuzio, come pure nel capoluogo di regione, precisamente a corso Bucci, gli esterni di alcuni negozi presentano dispositivi quali le tende avvolgibili per la protezione del sole e dalla pioggia dello spazio antistante; si tratta di due strade dello svolgimento del mercato all’aperto, la prima, quella boianese, con cadenza settimanale, la seconda, quella campobassana, con frequenza quotidiana, durante i quali mercati i negozianti espongono al di fuori del locale parte della loro mercanzia, una sorta di bancarelle retraibili. Non si può mancare di nominare a proposito della vendita di beni a una clientela che li compra stando fuori al negozio le botteghe agnonesi in cui si smerciavano gli oggetti di artigianato attraverso la finestra il cui davanzale era quasi un bancone di vendita. 

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