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MATESINO SI, MAINARDE NO

La cima più alta è monte Miletto che con i suoi 2.050 metri è tra le 241 vette che in tutto l’Appennino superano quota 2.000. Si tratta di una ricognizione effettuata dalla Società Geografica Italiana, quella delle cime più alte di m. 2.000 che si basa sulla misurazione del dislivello intercorrente fra il culmine della montagna e il punto di svalico prossimo ad esso il quale è necessario che superi i 50 metri. In altri termini in tutta la groppa in cui è compreso monte Miletto costituita da colle Tamburro, monte Croce e, appunto, monte Miletto, una sola è la vetta perché la differenza di 50 metri in altezza da Forca di Cane, il passo più vicino da dove fare il calcolo, si misura nel suo insieme. È significativo tale sforzo della storica associazione dei geografi di determinare le cime più elevate della catena appenninica in quanto sta ad indicare un nuovo interesse per questo complesso montuoso. In passato l’attenzione era posta esclusivamente sulle Alpi, le uniche montagne degne di essere scalate. In verità già prima dei geografi c’è stato qualcuno appassionato dei monti con altitudine maggiore di m. 2.000, tra cui Oscar Casanova un noto esponente nazionale del Club Alpino che circa 20 ani fa volle salire sopra monte Miletto per completare la sua personale collezione di rilievi che svettano oltre quota 2.000. Quindi l’Appennino non viene considerato più una montagna di serie B, anzi per certi aspetti, quelli paesaggistici, esso è addirittura più interessante delle Alpi, risultando meno contaminata dagli impianti di risalita con caroselli di piste da sci così estesi lungo l’arco alpino; finora si è riusciti, anche con l’aiuto della crisi economica, a frenare l’espansione delle aree sciabili le quali si sarebbero dovute estendere pure nel territorio di Roccamandolfi, fatto che avrebbe provocato il depauperamento delle risorse naturali del comprensorio matesino. A sottolineare la primazia delle Alpi rispetto all’Appennino è il termine alpinista il quale ha sostituito quello di montanaro utilizzato in precedenza per indicare colui che frequenta le montagne. In altri termini non c’è distinzione tra chi pratica i complessi montuosi che formano le Alpi e chi invece i rilievi appenninici e tantomeno si utilizzano specificazioni per distinguere gli appassionati di determinate montagne come potrebbe essere la parola matesino. A quest’ultimo proposito va evidenziato che non esiste un vocabolo analogo collegato, mettiamo, con il massiccio delle Mainarde e neppure della Maiella a sottolineare la forte riconoscibilità che ha il Matese. Nessun altro comprensorio molisano, se non qualche ambito territoriale prossimo ai centri maggiori, come l’isernino, il venafrano, ecc. ha una propria dimensione. Invece, da Sepino a Monteroduni tutti i paesi posti sul versante di questo monte sono chiamati matesini. C’è un’eccezione, comunque, a quanto detto prima ed è costituita da Boiano il cui appellativo è indifferentemente quello di comune matesino oppure bifernino; il Biferno se è capace di caratterizzare con la sua presenza Boiano, nonostante la lunghezza non incontra nel suo corso altri abitati per cui manca l’identificazione con gli insediamenti (si potrebbe obiettare che Trivento, Roccavivara, Montefalcone vengono definiti centri trignini per via del Trigno che scorre nel loro territorio comunale, ma ciò sembra piuttosto una sorta di citazione che il riconoscimento di un rapporto stretto tra l’agglomerato edilizio con il fiume, trovandosi il primo in altura e il secondo come è ovvio nel piano). Per quanto riguarda Boiano gli appellativi di matesino e di bifernino sono, poi, in qualche modo complementari poiché il Biferno è originato dal Matese, complesso carsico che alimenta le sorgenti di Pietre Cadute, Riofreddo e Maiella. Si può anche dire che il legame con il Biferno, il quale è il corso d’acqua che attraversa tutto il Molise e ne è, per qualche verso una sorta di ombelico geografico, attribuisce ancora più importanza al Matese nel panorama regionale. Panorama, o meglio panorami regionali che spesso includono quale sfondo proprio questa emergenza montuosa. Il Matese ha acquistato una maggiore valenza semantica da quando, siamo agli inizi del secolo scorso, esso è diventato il luogo per eccellenza, insieme alle Mainarde, le due grandi montagne molisane, di produzione dell’energia elettrica, la base del mondo contemporaneo, con la costruzione della centrale elettrica di S. Massimo la quale ha fornito la corrente pure a parte della Campania. Fino ad allora gli impianti idroelettrici stavano lungo i fiumi ed erano del tipo ad acqua fluente con limitata capacità produttiva, mentre invasando in quota, nel pianoro di Campitello, l’acqua di Capodacqua la forza idraulica dovuta alla differenza di altitudine tra S. Massimo e Campitello è maggiore rispetto al salto tra una gora e l’impianto posto sul fiume e così la produttività della centrale; va fatta notare incidentalmente una differenza tra quanto avveniva sul Matese e ciò che succede sulle Mainarde dove l’acqua da inviare alle centrali viene immagazzinata in laghi artificiali dovuti alla presenza di dighe, al contrario del bacino di Campitello ottenuto semplicemente chiudendo gli inghiottitoi di questa conca carsica a dimostrare quasi una vocazione più naturale del Matese allo sfruttamento idroelettrico. Non è che prima della comparsa dell’elettricità, lo si ripete un fondamento dello sviluppo moderno, non fosse sempre la montagna la principale fonte di energia, perché da qui proviene il legname per il riscaldamento delle case. Dai medesimi boschi, oggi che è venuta a cadere la domanda per i camini, si può trarre la biomassa per alimentare centrali elettriche quale quella in progetto a Campochiaro. Tra le energie rinnovabili connesse alla montagna se non c’è il sole c’è, però, pure l’eolico, il vento essendo consistente ad altitudini elevate e parchi eolici sono già sorti su monte Crivari a Roccamandolfi e sopra Longano. Un’ulteriore espansione dell’eolico non sarà possibile innanzitutto per il divieto conseguente all’essere diventato il Matese Zona a Protezione Speciale per la salvaguardia dell’avifauna, ma anche se tale vincolo non sussistesse non sarebbe fattibile, comunque, installare specie in alta montagna pali sia per l’assenza di tecnologie adatte ai forti venti che si sviluppano in quota sia per la difficoltà di trasportare i piloni e le pale, per un verso, e, per l’altro verso, l’energia prodotta per l’assenza rispettivamente, di strade e di linee elettriche e la cui realizzazione ex-novo comporterebbe, di certo, lo sventramento dell’ambiente. Il vincolo derivante dalla istituzione della ZPS blocca, purtroppo, anche il minieolico utilizzabile per i rifugi, ad esempio, nonostante esso sia poco impattante. Da quanto esposto si comprende che la montagna non può essere ormai considerata il luogo deputato per la produzione elettrica, che qui è tutta di tipo sostenibile, e così scema la sua significatività nel sentire collettivo, significatività che può essere recuperata con la costituzione del parco del Matese. Infatti il parco risponde a molteplici esigenze della società odierna le quali comprendono la ricreazione all’aperto permettendo le escursioni e la conoscenza della natura che qui si presenta per larghi tratti incontaminata, senza trascurare i benefici derivanti dalla protezione ambientale in termini di integrità delle abbondanti risorse idriche accumulate nelle cavità sotterranee di questo complesso carsico, dalle cui scaturigini collocate a valle partono le maggiori reti acquedottistiche a servizio tanto delle popolazioni molisane quanto campane, in definitiva la sua funzionalità in termini di servizi ecologici.

 

 

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Ancora 1

Ragionando del Matese con Flavio

l lavoro di Flavio si colloca in un filone di studi nutrito, al quale credo di aver contribuito anch’io con qualche mio intervento, che punta alla ricerca della migliore ricetta per la valorizzazione dell’eccezionale complesso ambientale del Matese. Tutti gli autori, tra cui anche Flavio Bruni, partono dal riconoscimento di questa montagna quale “risorsa”, cioè come un bene, un patrimonio. Purtroppo Flavio non c’è più, ma con lui avrei voluto discutere, come abbiamo fatto per la preparazione della sua tesi, di una ipotesi diversa, che oggi mi sembra più convincente, sul futuro del comprensorio matesino; probabilmente un giovane, com’era Flavio, non l’avrebbe condivisa e, lo ammetto, essa è frutto di una visione pessimistica sulle prospettive del nostro territorio tipica delle persone come me che sono più avanti negli anni. L’argomento di fondo è che vivendo in un periodo di recessione (Flavio se ne è andato appena prima che iniziasse la crisi finanziaria attuale) è difficile poter parlare di strategie di sviluppo per il comprensorio matesino, bensì che occorre attrezzarsi per il mantenimento della situazione socio-economica esistente, evitando uno scivolamento ancora più in basso dei livelli raggiunti di benessere. L’idea che sto per esporre non è legata, comunque, solo alla contingenza, ma ha radici più profonde connesse con l’abbandono degli ambiti posti in altitudine. Se in passato quest’area montana risultava fondamentale per una larga parte del territorio regionale (perché dai suoi boschi si traeva il legname, dall’allevamento ovino e bovino rispettivamente la lana e il cuoio e sempre da questi i prodotti caseari e il latte, mentre certi terreni in quota erano destinati alla coltivazione delle patate) e, nel periodo dell’ “autarchia” fascista, anche per l’economia nazionale in quanto si sfruttavano le miniere di manganese oggi essa risulta una zona priva di appetibilità economica se non fosse per l’industria del turismo basato sullo sci. Nel dopoguerra, in concomitanza con la grande emigrazione, in tutto il Molise, specialmente nelle fasce montane, si ebbe la riduzione della superficie coltivata, a cominciare dai campi di minor estensione e posti in pendenza perché non idonei alla coltivazione con mezzi motorizzati. In vaste porzioni del Matese gli antichi campi sono tutt’oggi percepibili per via di alcune tracce inequivocabili, dallo spietramento ai terrazzamenti ai muretti a secco agli alberi da frutta inselvatichiti; un indizio indiretto è costituito pure dai tanti rimboschimenti di conifere realizzati negli anni ’50 e ’60 sui suoli incolti (salendo verso Campitello se ne incontrano diversi). La creazione di nuovi boschi, seppure artificiali, è stata un’operazione necessaria non solo per lo sfruttamento di terreni ormai non più utilizzati, ma anche per prevenire le frane e questa tematica del dissesto idrogeologico sarà centrale negli anni a venire a causa della ritirata dell’uomo in particolare dalle zone in altura, quelle potenzialmente esposte di più ai movimenti franosi. Al reimpianto degli alberi si aggiunge nelle medesime aree l’attecchimento spontaneo di formazioni arboree sugli ex coltivi. Per via del reinselvatichimento del suolo agricolo nelle fasce marginali che in prevalenza, lo ripeto, stanno nei comprensori montagnosi come il Matese si registra un aumento della superficie forestale della nostra regione. Se alle quote collinari e montane crescono gli appezzamenti boscosi e, quindi, gli spazi naturali nei fondovalle, invece, si intensificano le attività antropiche. Sono ormai sparite le foreste planiziali di cui l’ultimo residuo, però a rischio di progressiva erosione, nel distretto in questione sta nel perimetro comunale di S. Maria del Molise oltre che le aree agricole destinate alla tradizionale coltura promiscua: ad esse si sono sostituiti gli insediamenti, tanto residenziali quanto produttivi, le infrastrutture viarie, l’agricoltura industrializzata. L’occupazione delle fasce pianeggianti con le attività antropiche non è stato, comunque, un fenomeno spontaneo, bensì una scelta consapevole nell’evidente improbità del gestire situazioni territoriali, quali quelle montuose, obiettivamente difficili, innanzitutto per ragioni orografiche, da governare, riottose nei confronti dei modelli di sviluppo della società contemporanea. Che sia frutto di una pianificazione intenzionale è dimostrato dalla concentrazione della spesa pubblica nelle zone in piano, tanto che quello di pianura va definito un paesaggio, per così dire, “istituzionale”, cioè determinato in modo sostanziale dai fondi delle amministrazioni statali e locali nei vari settori viario, urbanistico, industriale e così via. Si può criticare tutto ciò, ma nello stesso tempo bisogna concedere che, pure in una logica diversa, magari non capitalistica, non sarebbe pensabile di poter controllare ogni parte del territorio data la ridotta dimensione demografica del Molise. Sono giunto al focus del ragionamento che ho in mente sul quale mi sarebbe piaciuto confrontarmi con Flavio che è quello di dover programmare una sorta di “ritiro ordinato” dai territori marginali, concentrando le risorse, che per la crisi in corso cominciano a scarseggiare, lì dove esse riescono a produrre migliori risultati. Vi sono ambienti regionali vocati ad un uso estensivo, nei quali è addirittura controproduttivo proporre l’intensivizzazione degli impieghi in agricoltura, nella zootecnia, ecc. Occorre trovare soluzioni creative che prevedano per ogni comprensorio molisano un equilibrato mix tra aree non sfruttate e aree maggiormente utilizzate in cui si potrà avere un impiego mirato delle scarse disponibilità finanziarie. All’interno delle zone nelle quali si rinunzia ragionevolmente ad intervenire e dove vi è la migliore qualità ambientale vanno individuati i parchi tra cui quello del Matese sul quale tanto insiste Flavio Bruni nel suo libro. In verità, Flavio sostiene la necessità della nascita dell’area protetta per motivi diversi da quelli che oggi io propugno e cioè per tutelare le caratteristiche naturalistiche della montagna da un lato, e, dall’altro lato, per promuovere uno sviluppo sostenibile della zona. Per quanto riguarda il primo aspetto va evidenziato che il comprensorio matesino non possiede i connotati della montagna classica, quella per intenderci fatta di vette imponenti, estese pietraie, rupi enormi, piuttosto quelli di un complesso montuoso sobrio; l’Appennino, in genere, nonostante raggiunga altitudini significative non presenta molti elementi eccezionali come, ad esempio, pareti rocciose alte, gole (eccetto quelle del Quirino e del Callora) inaccessibili, ecc. Quando esistenti, e ciò si verifica nel Matese, tali fatti morfologici che sono di primaria valenza naturalistica occupano una percentuale minima di questo comprensorio. Con l’inclusione dell’intero territorio matesino in una Zona di Protezione Speciale per un verso non si garantisce una specifica salvaguardia per questi episodi prioritari del quadro ambientale, essendo trattati alla pari delle altre parti del territorio, per l’altro verso fa rientrare la nostra zona in una ampia rete ecologica formata da tantissimi SIC e ZPS per cui l’idea di parco non significa insularizzazione di un territorio. Del resto, il Matese ha una marcata attitudine ad essere un ambito inclusivo; fin dall’epoca sannitica esso non ha rappresentato, pur essendo uno spartiacque, una frontiera tra popoli e, d’altro canto, non sarebbe pensabile, trattandosi di un’unità geografica a cavallo di 2 regioni, un progetto limitato esclusivamente alla metà racchiusa nei confini molisani. Nella fascia altimetrica superiore sono ammissibili disposizioni vincolistiche rigide (per capirci dalle cime alle praterie dell’altopiano sottostante, tra l’altro la zona più appetibile per gli interessi economici legati al turismo invernale), mentre scendendo in basso occorre attenuare il regime di tutela per consentire lo svolgimento delle attività umane. Adesso introduciamo il secondo aspetto citato sopra: il parco può diventare un modello esemplare di sostenibilità dello sviluppo che risponde alle esigenze di un numero crescente di popolazione residente e di consumatori sensibili alle tematiche ecologiche. In tale ottica il parco può convivere anche con opere apparentemente inconciliabili perlomeno con la conservazione del paesaggio come le attrezzature sempre più sofisticate nel comparto dell’energia, per intenderci gli impianti eolici. Siamo giunti all’attualità, ad un dibattito, quello odierno, al quale Flavio non può continuare a partecipare, ma al quale ha fornito con il suo saggio un contributo essenziale.

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