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LA FIGURA DELL’ARCHITETTO NEL MOLISE



Il problema, o meglio la risoluzione del problema che è quello della carenza di lavoro non sta negli albi. Nell’ultimo decennio ne sono stati creati molti, oltre quelli stabiliti dalla legge sull’ordinamento professionale, tanti quanti sono gli enti pubblici che realizzano opere, dalla Soprintendenza, che è un organo statale, ai Comuni, i quali, invece, sono istituzioni locali. L’architetto iscrivendosi in uno di questi in qualche modo indirizza la sua attività e ciò stimola la specializzazione. In verità quelli che abbiamo chiamati albi non sono propriamente tali perché non necessita per esservi inseriti alcun requisito particolare, salvo quello di essere iscritti all’Ordine; la normativa da cui discendono li denomina infatti elenchi. Il chiedere di esservi inclusi equivale a manifestazione di disponibilità a ricevere incarichi di progettazione. Si definisce albo il registro, diciamo così, in cui possono iscriversi coloro che sono muniti di particolari qualificazioni, come quello dei collaudatori statici dove sono ammessi quanti abbiano esercitato la professione per un minimo di 10 anni e quello dei responsabili della sicurezza sui luoghi di lavoro nel quale per entrarvi occorre aver seguito appositi corsi di formazione. Non è stato mai soppresso l’albo, seppure è diventata desueta tale specialità sostituita com’è dal Pianificatore, degli esperti in pianificazione territoriale tenuto presso il Ministero delle Infrastrutture che, peraltro, non ha più compiti in materia di organizzazione del territorio da quando sono nate le Regioni. Vi è poi la lista presso le sedi giudiziarie dei consulenti tecnici d’ufficio, i consulenti dei giudici. L’albo fondamentale rimane quello degli architetti (e, ovviamente, quello degli ingegneri), una sorta di prerequisito per poter richiedere di appartenere a qualsivoglia di queste categorie. Sembrerebbe che con l’ultima affermazione fatta si sia rimesso un po’ a posto il disordine connesso alla lunga serie di elencazioni di professionisti descritta sopra, la quale appare poco organica, ma non è realmente così. Infatti, da un po’ l’Ordine degli architetti a sua volta si suddivide in 4 parti, gli architetti in senso stretto, i conservatori, i pianificatori e i paesaggisti.

Il quadro diventa alla luce di tale riforma ordinamentale maggiormente complicato, diventa ancora più confuso perché è difficile stabilire corrispondenze certe tra le varie sezioni in cui è stato ripartito l’Ordine e gli elenchi o albi di cui si è parlato in precedenza. Ulteriore fattore di incertezza è legato alla creazione dell’architetto junior, ma anche del paesaggista junior e via dicendo, le cui competenze alla stessa maniera di quanto avviene per i fratelli maggiori, o se si vuole senior in contrapposizione a junior, non risultano chiarite del tutto. Eppure l’intento era buono, tanto quello della qualificazione dei tecnici in specifici settori (il collaudo, la salvaguardia dei lavoratori nei cantieri, ecc.) quanto quello della distinzione delle culture professionali, una cosa sono le conoscenze necessarie per le costruzioni edilizie, una cosa è la cura del paesaggio, un’altra è la pianificazione e un’altra cosa, infine, è la conservazione del patrimonio culturale. L’obiettivo, inespresso, della scansione in atto dei campi di azione non può che essere quello del superamento della figura dell’architetto generalista. Il libero professionista che deve affrontare i temi più disparati, dal disegno d’interni alla redazione del progetto di un fabbricato alla sistemazione di un giardino alla progettazione urbanistica, è una figura anacronistica specie se lavora isolatamente, senza cioè operare in collaborazione con altri colleghi, magari pure ingegneri, con specializzazioni differenti. Gli avanzamenti della scienza nella pluralità di rami attinenti l’architettura sono costanti e ciò richiede, presupposto che si abbiano conoscenze di base approfondite in ciascuna di tali branche, aggiornamenti continui. È da considerare, poi, per quanto riguarda la necessità di associarsi che le occasioni lavorative saranno sempre più spesso quelle di interventi di grande dimensione, nel senso non di grandi volumi o su aree assai estese, bensì, secondo la logica della progettazione integrata la quale è il contrassegno caratteristico della stagione che stiamo vivendo, attraverso un insieme di azioni fra loro connesse in un intorno significativo (il perimetro del progetto è ritagliato in funzione di tali azioni) e sia i fondi pubblici sia le deroghe urbanistiche che eventualmente si rendono necessarie (adesso non è il PRG a definire i contorni del progetto, piuttosto è lo sviluppo urbano che è in dipendenza dei progetti) vengono concessi in presenza di una scala adeguata dell’operazione progettuale la quale consente di perseguire la finalità che le singole previsioni siano capaci di valorizzarsi l’un l’altra e, dunque, di produrre risultati superiori a quelli che si otterrebbero se fossero indipendenti fra loro. Piuttosto che lo specialismo il nodo del problema, di quel problema cui si è fatto cenno all’inizio cioè la scarsità di richiesta di prestazioni che si è accentuata in questa fase, ormai lunga, di crisi economica in cui il settore maggiormente colpito è l’edilizia, è il quantitativo notevole di architetti i quali tendono, riscontrando spesso l’impossibilità ad esercitare il mestiere che si è scelto, a cercare un impiego in altri comparti, in particolare nell’insegnamento. Non si riesce a trovare un equilibrio tra domanda e offerta e neanche ci si è riusciti con l’introduzione del numero chiuso nelle Facoltà di Architettura, provvedimento peraltro doloroso perché gli architetti se utilizzati appropriatamente rappresenterebbero una risorsa essenziale per il Belpaese, più di altre classi professionali in quanto competenti in bellezza.


Accanto agli architetti ad operare nel campo delle costruzioni vi sono gli ingegneri, i geometri, i periti edili e financo, per le attrezzature rurali, gli agronomi e, perciò, vi è una concorrenza elevata. L’unico segmento lavorativo che è esclusivo degli architetti è il restauro dei monumenti, per il resto vi è competizione serrata. Non dovrebbe essere così con l’ingegnere civile (i laureati in ingegneria del passato erano abilitati, e continuano ad esserlo, a lavorare nell’edilizia, va segnalato, pur se elettrotecnici, elettronici, aerospaziali, meccanici) con il quale, all’opposto, l’architetto rafforza la sua stessa professionalità attraverso l’integrazione con  quella dell’ingegnere, evitando, in definitiva, di fare le stesse cose; in questa chiave di lettura non è condivisibile l’attivazione del corso di laurea di Ingegneria-Architettura teso a rafforzare la formazione dell’architetto in materia di calcolo strutturale. La prevalenza in termini numerici, da una parte relativamente agli iscritti al, in questo caso, Collegio, dall’altra per produzione di progetti, è, comunque, dei geometri. Si è calcolato che solo il 3% delle costruzioni edificate in Italia a partire dalla fine della seconda guerra mondiale è opera di un architetto. A quest’ultimo si rivolgerà o, banalmente un familiare, oppure un committente illuminato. Poiché le occasioni di tale tipo sono poche il rischio che si corre è che l’architetto voglia autocelebrarsi attraverso quell’opera, il che non è male se non si eccede nella volontà di mostrare il proprio ingegno.



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