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Le trasformazioni dei cimiteri

Seppure embrionalmente anche nel Molise i cimiteri stanno cambiando forma, non più esclusivamente distese di tombe nel terreno con ai margini loculi a parete e cappelle private poiché sono comparsi, vedi Isernia, anche colombari multipiano, due piani, il superiore raggiungibile tramite scalinate a servizio di ballatoi lungo i quali sono disposte le nicchie in cui collocare le bare. I cimiteri nel mutare la forma mutano pure il significato che non è più quello di un giardino, avvicinandosi di più ad una struttura edilizia. Tanti cimiteri impossibilitati ad espandersi vengono riempiti da filari di colombai che sostituiscono i campi di inumazione, ad esempio a Busso. Nei casi in cui si è avuto l’ingrandimento del perimetro cimiteriale è nella superficie aggiuntiva che si ha una significativa presenza del costruito, mentre la parte originale rimane ancora connotata dalla prevalenza di sepolture al suolo, succede così a Trivento. È da sottolineare, quasi un inciso, che nei cimiteri di guerra di Venafro e di Cassino non vi sono loculi a muro, forse perché al momento del loro impianto, nell’immediato secondo dopoguerra, tale tipologia sepolcrale non era molto usata. Il processo, sempre più comuni stanno provvedendo alla costruzione di tali strutture funerarie, in atto è innescato dall’esigenza di sfruttare il più possibile gli spazi; il bisogno è tanto più pressante quanto più il camposanto è prossimo all’abitato e quindi si è impossibilitati ad ampliarlo dovendosi rispettare una determinata fascia di, appunto, rispetto allo tesso. A S. Massimo no, il cimitero è distante dal paese ma qui non si è ancora saturato il terreno per le sepolture a fossa in quanto si è adottato un particolare espediente, disporre nel sottosuolo sovrapposte più bare nel medesimo lotto per cui non si avverte la necessità del suo allargamento.

Qualcuno potrebbe obiettare che si potrebbe procedere a realizzare nuovi cimiteri invece di estendere quelli esistenti, obiezione alla quale si potrebbe controbbiettare che ciò comporterebbe la duplicazione dei servizi funerari, dalla cappella alla casa del custode all’ossario, con i relativi costi. Qui da noi sono pochissimi i raddoppi di cimitero, si citano Ferrazzano e Macchia d’Isernia. Mentre a Ferrazzano il cimitero è stato dismesso per ragioni di instabilità idrogeologica e dunque è un ex-cimitero, a Macchia non lo è in quanto è rimasto in funzione anche se i nuovi morti vengono tumulati nella nuova sede cimiteriale. Per quanto riguarda il cimitero originale di Macchia va evidenziato che esso risulta accerchiato da attività produttive e commerciali sorte di recente le quali hanno cambiato connotati al posto che non ha più i tratti della campagna tradizionale la quale per la sua tranquillità e le qualità paesaggistiche rimane il sito di elezione di un cimitero. Un’ulteriore questione è quella dei cimiteri connessi a annucleamenti rurali popolosi distanti dal capoluogo comunale dove vi è il cimitero, diciamo, principale, avviene a Civita Superiore e a Monteverde in quel di Boiano, a Castelromano di Isernia, alle frazioni di Foci e S. Giovanni di Cerro al Volturno; non siamo di fronte in questi casi a sdoppiamento di cimitero bensì di cimiteri a sé stanti a servizio non dell’intera popolazione che vive in quel perimetro municipale ma esclusivamente di chi è originario di quel nucleo rurale.

Stiamo procedendo con precisazioni su precisazioni e continuiamo a farlo anche in relazione a coloro che hanno diritto ad essere sepolti in quel dato luogo di sepoltura perché esso è esteso a coloro che pur risiedendo altrove hanno le proprie “radici” più o meno remote in quel certo borgo o borgata che sia. Finora abbiamo parlato del recinto cimiteriale e ora, per completare la descrizione, occorre includere nello sguardo anche il percorso di accesso ad esso. Ci sono due situazioni-tipo, quella di Campochiaro dove il cimitero è servito da una strada autonoma, percorribile cioè unicamente da chi è diretto al camposanto, non prosegue oltre e quella di S. Massimo che pur non essendo una strada senza fondo costituendo un tratto di un percorso intercomunale appare come un segmento viario a sé stante, distinguibile dal resto della percorrenza stradale caratterizzato com’è dalla presenza a lato di una serie di edicole con i segni della Passione di Cristo; ciò rende tale tracciato simile ad una Via Crucis, anticipando il tema della morte che è il cuore del culto dei defunti. Strade senza uscita sono pure quelle dirette ad alcuni conventi fuori porta, tra gli altri S. Bernardino ad Agnone, i Cappuccini a Trivento, S. Giovanni dè Gelsi a Campobasso ai quali sono annessi altrettanti cimiteri, dunque vie chiuse predisposte per raggiungere il monastero con il cimitero attiguo. Non si può pretendere altrettanto per i cimiteri ex-novo dati i costi già cospicui per la costruzione

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dell’opera cimiteriale, da considerare che il finanziamento dei lavori  da parte del Comune si aggiunge il contributo dei privati aspiranti possessori di postazioni di sepoltura all’interno; dunque non una spesa a carico integrale dell’amministrazione pubblica, bensì l’adozione di un modello che assomiglia al project financing il quale è un sistema di copertura dei costi collaudato da anni nei progetti di incremento della superficie cimiteriale e che prevede il procedere per fasi ognuna delle quali corrisponde ad un settore aggiuntivo del cimitero e tra queste non è contemplata la creazione della strada di accesso.

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Le tombe individuali o le fosse comuni?

Parlare del Cimitero Francese di Venafro per parlare anche dei cimiteri germanico e polacco di Cassino. Ciò ha un senso non fosse altro perché sono i cimiteri, ci sarebbe anche quello del Commonwealth di cui però qui non si tratta, ove sono sepolti i caduti della battaglia di Montecassino facendo la tara di quelli che sono stati trasferiti nei Paesi d’origine e aggiungendo i soldati morti in altre località in cui si è combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale il cui numero esiguo non aveva portato a creare sepolcreti in quei siti di combattimento.  Si affrontano contestualmente i tre cimiteri perché il confronto, come ben si sa, consente di far emergere le peculiarità di ciascuno di essi. Cominciamo dal “minimo comune denominatore” di qualsiasi struttura cimiteriale che è la tomba.

La sepoltura è la ragion d’essere di un cimitero, ad essa spetta il primo posto nella trattazione, il cimitero non è che un assemblaggio di tombe. Iniziamo col dire che tra i tre solo in quello polacco è prevista una lastra tombale a coprire la bara, in quello germanico sopra le tumulazioni cresce l’erba, mentre nel francese vi è uno strato di pietrisco al posto della pietra sepolcrale, delimitato da un cordoletto lapideo. Dalla descrizione delle modalità di copertura si passa alle steli identificative di ciascuna tomba sempre a forma di croce ed eccezione di quelle presenti nei settori islamico, ebraico e animista del Cimitero Francese dove sono sostituite con simboli richiamanti le rispettive religioni. Le asticelle ovvero steli, quelle cruciformi, non hanno le medesime misure in tutti questi cimiteri presentando una sorta di entasi nel germanico in quanto qui nel medesimo sito tombale essendovi i corpi di tre soldati, dovendo contenere i nomi di tre persone occorreva una superficie ampia.

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Nel francese vi è un morto per tomba per cui il cartello è un cartellino con un unico nominativo. Nel polacco invece non è sulla croce bensì sulla lastra tombale che sono incise le generalità di chi è ivi seppellito. In definitiva, in quest’ultimo la stele è esclusivamente un segno religioso al contrario che negli altri due dove ha la funzione aggiuntiva di elemento segnaletico. Una precisazione da fare è che unicamente su una faccia della croce vi è la scritta la quale è leggibile anche da una certa distanza, dunque anche quelle delle tombe disposte in seconda o terza fila del percorso di visita, essendo lapidi verticali, non lo sarebbe nel cimitero polacco dove invece sono lapidi orizzontali ma qui ogni tomba è raggiungibile dai cammini interni allo spazio cimiteriale. Le croci, forse è un’annotazione che sa di pedanteria, sono sul lato corto della tomba come è verificabile, a vista, nei cimiteri francese e polacco, si usa posizionarle in corrispondenza della testa del defunto, questa sua posizione ci permette di comprendere come è disposta la sepoltura, non c’è altro modo in quanto nel cimitero germanico la superficie del terreno è uniforme, un prato, non vi sono tumuli di terra a ricoprire le singole sepolture che le renderebbe identificabili, è uno spazio piano trattato a mò di prato all’inglese.

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Sulle tombe a cumulo, il metodo di seppellimento adottato qui da noi, non cresce l’erba per cui l’immagine del camposanto non è quella di distesa erbosa, si viene sepolti nella nuda terra in senso letterale. A margine e però è comunque un’ulteriore notazione è nella natura dei sepolcreti di guerra la mancanza di epitaffi, frasi, attributi, ecc. che qualifichino la persona deceduta per le sue virtù, il suo valore, un ricordo di questo individuo che possa servire da ispirazione ai posteri, niente di tutto questo al di là delle qualifiche militari. C’è una assoluta uniformità delle tombe confacente a un campo di inumazione predisposto per i caduti in guerra. Le loro giaciture in filari regolari rimandano allo schieramento di un battaglione. Sono affilati fra loro pure i combattenti di fede islamica nel cimitero di Venafro differenziandosi, ad ogni modo, dalle altre la disposizione delle sepolture dovendo i corpi avere la testa rivolta verso la Mecca. Passando al tema della morfologia dei luoghi si constata la singolarità del cimitero germanico che ispira meraviglia. Essa è traboccante di sepolture messe una sull’altra per mancanza di spazio con profonde buche in cui vengono calati i feretri, ma non è questa la particolarità la quale invece, è quella di aver operato un rimodellamento del suolo per far apparire liscio il soprassuolo, no, non si equivoca, non si è detto in piano, siamo in un declivio. Nel cimitero polacco pur esso in pendenza si è scelta la gradonatura del pendio, solo quello francese è pianeggiante, con un passo uniforme, terrazzamenti contenuti e regolari non lasciando “imperfezioni” nell’andamento del versante. Così come i soldati si mettono in riga pure le tombe sono in riga, lo si è già detto, molteplicità di righe in un esercito altrettante molteplicità di righe in un cimitero. Nel cimitero polacco a sottolineare la rigatura vi sono i muretti di sostegno dei gradoni e i vialetti che qui sono pavimentati mentre in quello francese sono lasciati a verde. In quello germanico non vi sono vialetti, non vi è la demarcazione dei percorsi, alludendo il camposanto ad una prateria uniforme costellata di croci, e pur senza sentieri o stradelle non si corre il rischio procedendo con accortezza di calpestare altre tombe per raggiungere quella di interesse talmente chiara la griglia delle sepolture. In ultimo la via di accesso: quello francese di Venafro non ha una traversa viaria ad uso esclusivo dell’area cimiteriale a differenza di quelli germanico e polacco i quali hanno incorporato in loro stessi, cioè rientranti in un recinto che antecede il luogo di sepoltura rispettivamente il primo il camminamento curvilineo e il secondo un largo viale rettilineo entrambi i quali conducono al sito in cui si trovano le tombe nella considerazione che l’avvicinamento costituisce una sorta di iniziazione alla visita al cuore del cimitero.

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Cimiteri di guerra, quello di Venafro

Andare a fare visita al cimitero presuppone tu debba valicarne l’ingresso, è tautologico. Non è, comunque, un momento di passaggio identico in ogni camposanto perché l’entrata può essere differente da un cimitero all’altro. La situazione più frequente, almeno il 99% dei casi è così, è quella del cancello in ferro. Anche i cimiteri militari, quello francese che sta a Venafro e quello polacco che sta a Cassino, hanno un simile elemento di chiusura dell’entrata mentre il cimitero militare germanico, che sta anch’esso a Cassino, per questo aspetto rappresenta un’eccezione, si sta per aggiungere l’aggettivo eccezionale per rimarcare la singolarità e vediamo subito perché. Qui non c’è all’ingresso nemmeno una sottospecie di grata metallica o di inferriata che consenti di penetrare con la vista dentro l’area cimiteriale, la visione è interdetta. Non è possibile osservare l’interno del luogo di sepoltura, vi è una vera e propria porta, e a confermare la sua natura di porta, a renderla inequivocabilmente tale, uguale a ciò che si intende per porta vi è l’essere sormontata da una parete.

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A quest’ultimo proposito è bene specificare che i cimiteri non sono il posto giusto per l’esaltazione delle sfide belliche, sono, invece, intrisi di dolore, le tante giovani vittime ivi seppellite, sia se soldati che hanno perso la guerra sia se la hanno vinta. Gli stessi Monumenti ai Caduti della Grande Guerra presenti in pressoché tutti i Comuni italiani non celebrano la nostra vittoria in tale conflitto ma lo struggimento delle mamme. In genere la Patria è una statua raffigurante una donna, una delle tantissime madri che hanno perso il proprio figlio in combattimento, che sorregge il milite morente, davvero suggestive le rappresentazioni di Termoli e Trivento, non un prode guerriero che sta compiendo un atto eroico. In tali Monumenti nella lista dei periti vennero aggiunti i nomi dei deceduti nell’ultimo conflitto mondiale. Una differenza significativa è che si festeggia l’anniversario, il 4 novembre, della Prima Guerra Mondiale, quella in cui siamo risultati vincitori, cosa che non succede per la Seconda in cui siamo stati perdenti.

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Non succede così nelle aperture poste lungo un muro di cinta, non esistono muri di cinta di due livelli, peraltro con al secondo livello una finestrella come si verifica qui. Ci rendiamo conto in maniera esplicita che quello attraversato non è il varco di una cinta in muratura dal fatto che appena oltrepassato si incontra una sorta di vestibolo, ospitante un gruppo scultoreo, che antecede il cimitero, un autentico percorso di iniziazione. Ha un non so che rimandante alle “gate” egizie solo che in quelle egiziane il tratto murario che sormonta le porte è ornato da un pannello decorativo che qui non c’è. Più esplicito è il richiamo alla terra dei faraoni nel cimitero polacco sempre legato al tema della morte, costituito da un segno che evoca l’atemporalità dell’oltretomba, l’obelisco che è in cima alla collina dove sta il cimitero; che sia un simbolo cristiano, non pagano ce lo dice la croce che lo conclude. Non si usa mettere un obelisco ovunque, né grande né in miniatura, bensì unicamente se si vuole celebrare qualcosa di eterno e l’impostazione di un cimitero di guerra è quella di un memoriale di eroi.

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A proposito di manifestazioni è interessante notare che la ricorrenza della battaglia di Montecassino è oggetto di celebrazione sia nell’un fronte, quello guidato dalla Germania, sia nell’altro, quello degli Alleati. È da aggiungere che non sarebbe stato opportuno unificare i vari cimiteri per più motivi, non certo quello del nazionalismo che ormai nel contesto dell’Europa unita è un sentire che va sparendo; tra le motivazioni regge quella che la popolazione di un piccolo centro qual è Cassino si sarebbe trovata di fronte a una vasta necropoli, letteralmente una “città dei morti”, dimensione cui non si è abituati, non rapportabile a quella di questo centro del Frusinate, la “città dei vivi”. Non costituiscono in senso proprio i cimiteri francese, polacco, germanico e del commonwealth dei Sacrari militari, per intenderci tipo Redipuglia il quale è dedicato ai caduti per la Patria in tutte le battaglie e non in un’unica, è il caso di Montecassino, anche se hanno in comune con esso innanzitutto la perennità delle sepolture, non vi sono “vecchi” morti che vengono rimpiazzati dopo un tal numero di anni da “nuovi” come avviene nei cimiteri ordinari, e secondariamente il fatto che richiamano visitatori, cosa che non si verifica per i normali cimiteri se non i parenti dei sepolti. Finora si è parlato su per giù di opere fisiche, l’entrata, il monumento ai caduti, manca all’appello il ponticello a schiena d’asino in località Caira, poco prima di giungere al cimitero germanico. Per questa sua conformazione particolare che lo rende “pittoresco” ben si associa all’impronta naturalistica che caratterizza tale sepolcreto, un gusto romantico che permea il disegno del camminamento curvilineo, il concepimento del prato, della piantumazione di alberi d’alto fusto, lo stesso svilupparsi su un colle che lo rende movimentato, quasi fosse stato ideato contestualmente al cimitero dal medesimo progettista. In contrapposizione vediamo che quello francese è schematico, piatto, l’esprit de geometrie di Pascal che era francese, contro l’esprit de finesse del cimitero tedesco. Rimangono tra gli “oggetti” gli edifici di culto che in questi ambiti cimiteriali non vi sono eccetto in quello francese che ne ha addirittura due, la chiesa e il minareto.

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Una battaglia, Montecassino, molteplici cimiteri

Il Cimitero Francese di Venafro non manifesta se non per la bandiera della Francia issata permanentemente all’interno e per il fabbricato turriforme richiamante un minareto in fondo all’area cimiteriale difformità rispetto al resto dei “camposanti” nostrani. La parola camposanti, doverosa esplicitazione, la si è etichettata perché non ha un significato univoco per le diverse fedi religiose alle quali aderivano in vita i caduti qui sepolti, cattolica, musulmana, ebraica, animista. In verità ci sarebbe un’ulteriore differenza con i rimanenti cimiteri della regione ed è la delimitazione del cimitero la quale è normalmente più, per così dire, marcata di quella del sepolcro militare venafrano. Essa è negli usuali cimiteri costituita da un alto muro, altezza equivalente alla serie di loculi che si sovrappongono fra loro fino, certe volte, al numero di 5, mentre nel cimitero di guerra in questione le tombe sono tutte a terra. Oltre ai colombari si affiancano alla murazione del cimitero-tipo anche le cappelle la cui sommità può capitare che sporga al di sopra del muro, non essere in linea con il suo coronamento, il che ne accresce un pochino l’elevazione. È da ritenersi che non sia solo una ragione opportunistica, il muro come appoggio dei colombari, bensì che ciò sia legato anche al desiderio di non consentire l’introspezione visiva nel campo di sepoltura.Non per garantire la privacy ai defunti, il solo pensarlo è di cattivo gusto, ma perché il camposanto è un luogo di raccoglimento, la barriera visuale assicura la riservatezza a chi si reca in visita ai propri morti.

Conta pure che il muro limitando la visione da fuori dentro il cimitero scaccia, in qualche modo, il ricordo, memento, della morte dagli ambienti di vita. Si ha l’allontanamento dell’immagine della tomba e quindi dell’oltretomba pure per soddisfare il sentimento di pudore che si prova nel vedere il dolore altrui, non dei trapassati, quello che agita i loro congiunti. C’è sempre, qui come altrove, un angolo di osservazione da cui la vista penetra nel cimitero ed è l’immancabile cancellata, che sta sul fronte principale, dell’ingresso. Siamo partiti affermando che non vi sono sostanziali diversità tra il Cimitero Francese di Venafro e i cimiteri ordinari e subito ci siamo smentiti per la faccenda del muro di cinta, una faccenda di non poco conto in quanto il muro è l’unico elemento verticale, se non c’è la cappella cimiteriale, in un ambito in cui prevale la dimensione orizzontale. Ci tocca ora smentirci una seconda volta, ma adesso trattiamo di una discordanza che non riguarda l’impatto percettivo, non ha riflessi sulla configurazione fisica del cimitero. Infatti, la riesumazione dei resti umani da una sepoltura e il loro trasferimento nell’ossario è un’operazione che non comporta alcuna modifica dell’assetto cimiteriale, essa è una pratica comune nei cimiteri, appunto, comunali, al contrario non la si, appunto, pratica nei cimiteri di guerra in quanto i sepolti rimangono gli stessi, la quantità è immutabile dal momento che le vicende belliche sono finite.

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cimitero, semplicemente l’uso; va, tuttavia, specificato che le usanze non sono roba del tutto insignificante concorrendo a definire le sembianze di un’area cimiteriale come si verifica durante la festività dei Morti con l’apposizione di fiori e lumini sulle tombe che le ravvivano portati dai visitatori. Nei cimiteri di guerra sono i discendenti dei caduti in battaglia, qui quella epica di Montecassino, a recarsi in visita, ma vivendo all’estero non possono venire frequentemente, per alcuni è come un pellegrinaggio da fare almeno una volta nella vita. Anche in quelli nostrani si recano persone che abitano lontano, non così lontano in genere in Italia, individui “fuoriusciti” da quel paese che vi ritornano più per dire una preghiera per i loro cari lì seppelliti che per andare in piazza, magari la casa di famiglia è stata venduta, l’unico legame con il centro di origine se non natio rimane il cimitero. Infine, si evidenzia che mentre i cimiteri locali si sono andati riempendo e definendo come li vediamo oggi nel tempo quelli militari si sono formati in un solo colpo.

In alternativa al predetto ricambio dei deceduti, per il quale bisogna ad ogni modo attendere alcuni decenni dalla tumulazione per stumularli e così far posto ai successivi, invece di rimpiazzare i cadaveri si procede, ormai in vari paesi del Molise, da Spinete a Campobasso a Busso, ecc. all’allargamento del perimetro cimiteriale; questa si, certo, è un’operazione che altera la fisionomia del cimitero la quale non ha ragion d’essere ovviamente nei cimiteri di guerra. Una qualche incidenza sui caratteri estetici del cimitero la hanno le lapidi che nei cimiteri normali vengono liberamente scelte dai parenti del morto cosa che non avviene nei cimiteri di guerra in cui vi è omogeneità delle tabelle lapidee. È da precisare, inoltre, che nei cimiteri di guerra non vi sono cappelle private né che gli spazi in cui sono seppelliti i propri cari siano presi in concessione (in Italia non è ammesso acquistare lotti cimiteriali) dalle relative famiglie. Per il punto che stiamo per affrontare non abbiamo bisogno di fare smentite in quanto non concerne la “forma” del

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