
La differente sfera di influenza dei monasteri e degli episcopi
Alcuni aspetti dei santuari molisani
Un piano regolatore non può certo stabilire dove dovrà sorgere un santuario, non è come fissare il luogo in cui ubicare la chiesa parrocchiale a servizio di un nuovo quartiere cittadino. È da dire che il problema posto, cioè il posto da assegnare ad un santuario, non si pone (posto, pone …) perché non è detto assolutamente che in quel determinato comune ci debba essere di necessità un santuario. È una logica imperscrutabile quella che sta dietro alla nascita dei santuari, è in qualche modo un mistero della fede. Ciò che attiene alla spiritualità non può certo essere governato da uno strumento urbanistico, la sede della parrocchia è un’altra cosa in quanto intesa nella legislazione italiana quale servizio collettivo, alla stregua di scuole, spazi verdi, ecc. A volte la decisione di costruire un santuario è connessa all’accadimento di avvenimenti soprannaturali quale è l’Apparizione della Madonna a Castelpetroso, l’edificazione del santuario qui la si può definire una scelta eterodiretta, voluta dall’Alto, da molto in alto, ovverosia effettuata per volontà divina. Si tratta, comunque, di casi rari in quanto ordinariamente le località in cui si realizzano i santuari non sono connesse con l’essere successo lì un fatto miracoloso. E comunque vale per diversi santuari, la determinazione della loro costruzione è in relazione alla sacralità insita in quel sito, seppure non si tratti del sacro di cui alle, appunto, Sacre Scritture; il sentimento spirituale che emana un certo areale può provenire dalle sue caratteristiche naturali, un genius loci perpetuazione del culto ancestrale, volta per volta, delle grotte, la chiesetta ipogea di Pietracupa, delle sorgenti, la stessa Castelpetroso ne è un esempio perché c’è una fonte d’acqua sorgiva, delle vette.

Ci soffermiamo un po’ su quest’ultima categoria. Alcune sommità dei monti più alti sono state consacrate in epoca moderna, non è un fenomeno antico, dall’apposizione di croci, a cominciare da monte Miletto; l’altitudine trasmette al credente il senso di vicinanza a Dio. Le cime delle montagne sono una specie di interfaccia tra cielo e terra, quindi elementi di congiunzione tra le cose terrestri e quelle celesti. Qualcuna di loro, segnando il passaggio tra il terreno e l’ultraterreno, viene dedicata al culto con l’edificazione di santuari sul modello dei Sacri Monti che costellano l’arco alpino e monti è, appunto, chiamato comunemente il rilievo sovrastante Campobasso su cui si erge un santuario mariano. È esplicito il riferimento al monte nella denominazione della bella chiesa di S. Maria, non per niente, del Monte a Cercemaggiore. Sui gruppi montuosi molisani si incontrano diversi eremi tra cui vi sono i due S. Egidii, di Frosolone e di Boiano, che sono venerati, nelle relative cappelle, alla maniera di santuari; a questo proposito è da dire che da noi gli eremi sono meno numerosi di quelli presenti nell’Appennino abruzzese rappresentando quasi una coda della lunga serie di eremitaggi della confinante regione, una specie di scia. L’interesse deve essere posto non solo ai punti con valenze cultuali, ma pure al percorso che occorre compiere per raggiungerli che nel caso degli eremi i quali sono, di norma, montani è in salita e perciò faticoso. La fatica che è richiesta per arrivare fin lassù è un po’ la metafora dello sforzo che è imposto ai fedeli per conseguire la salvezza dell’anima, una forma di espiazione dei peccati cioè una penitenza. Il cammino penitenziale è, di sicuro, più arduo se la meta, il santuario, è in quota, ma è altrettanto impegnativo se il santuario è assai distante, anche se magari non ci sono forti dislivelli da superare. Conta, in altri termini, anche la lunghezza del tragitto, quanto più esso è lungo tanto maggiori saranno le indulgenze che si acquisiranno, fondamentali per aspirare al Paradiso. Si sarà capito che stiamo per parlare delle grandi Vie, la Micaelica, la Francigena, il Cammino di Santiago, delle quali solo la prima interessa il Molise e alle quali vanno aggiunti i meno affollati Cammino di S. Francesco, di S. Camillo De’ Lellis, di S. Francesco Caracciolo tutti di scala sovraregionale che toccano pure il territorio molisano; unicamente le prime hanno quale termine un santuario il quale è sempre di notevole rilievo, in verità la Francigena un insieme, l’insieme delle basiliche romane, e, d’altro canto, a proposito della dimensione del santuario è nelle cose che essa sia in rapporto alla dimensione, chilometrica, della Via. Piace evidenziare che la nostra regione potrebbe ambire a divenire una tappa del Cammino di S. Benedetto, un ulteriore cammino impostato sulle orme di un santo, nello specifico il punto-tappa potrebbe diventarlo S. Vincenzo al Volturno, un antichissimo monastero benedettino. Invertiamo ora i termini del discorso, dai santuari posti alla conclusione di un percorso ai santuari situati in tratti intermedi di un percorso, nell’un caso un percorso di fede, nell’altro un percorso che possiamo definire laico, il percorso, è da precisarsi, in ambedue le casistiche è di rilevante estensione.

Lo annunciamo subito: nella prima fattispecie di percorrenza il santuario è grande, nella seconda è piccolo, inoltre nella prima è unico, nella seconda sono molteplici. Siamo pronti per svelare ciò di cui stiamo discutendo: gli uni sono i santuari maggiori che stanno alla fine delle Vie, gli altri sono i tanti santuari minori ubicati lungo le vie, adesso con l’iniziale minuscola, ovvero piste tratturali. Limitandoci ad un pezzo del Celano-Foggia, quello che va dal Biferno al Fortore, camminando su questo tratto incontreremo S. Maria di Montecastello a Ripabottoni, S. Pietro a S. Elia a Pianisi, S. Elena a S. Giuliano di Puglia, architetture che possiamo riconoscere, abbiamo iniziato parlando di urbanistica, essere “attrezzature” religiose funzionali allo svolgimento della transumanza permettendo ai pastori di avere un momento di raccoglimento per pregare. In conclusione va fatto, per completezza di trattazione, un breve accenno ad un’altra peculiarità dei santuari che si aggiunge a quella delle valenze cultuali ed è la loro significatività dal punto di vista culturale: sono cose che non sono discordanti, del resto una sola lettera separa cultuale da culturale, tra i principali monumenti architettonici di questa terra vi sono i santuari, i più belli sono quelli di stile romanico, non ce ne voglia Castelpetroso, da S. Maria della Strada alla Madonna di Canneto a quella di Casalpiano.
Il numero degli ex voto aumenta il prestigio del santuario
Tutti si portano a casa da Lourdes la bottiglietta la cui sagoma riproduce quella della Madonna Immacolata apparsa qui. In ogni, appunto, casa anche molisana, Lourdes è la principale meta di pellegrinaggio dei molisani, ve n’è una. È una specie di souvenir che testimonia l’avvenuto viaggio e questa non sarebbe una singolarità in quanto la maggioranza delle persone che si reca in visita a un santuario ritorna da lì con un “ricordino”, fosse un semplice “santino”. Ciò che distingue tale oggetto-ricordo che magari si regala ad amici e famigliari, e allora diventa “pensierino”, dagli altri è il contenuto della piccola bottiglia il quale è un decilitro di acqua miracolosa, quella sgorgante dalla grotta di Massabielle dove la Vergine Maria apparve a Bernadette Soubirous. Non c’è nessun santuario, eccetto questo, che produce miracoli a distanza, un distacco in termini di spazio, le migliaia di chilometri che separano il Molise dai Pirenei, e di tempo, il prodigio si può verificare anche molto dopo il ritorno dal luogo sacro e ne può beneficiare tanto colui che è rientrato dallo stesso quanto chi ha ricevuto in dono la predetta bottiglietta. Non è l’acqua ovviamente, è esclusivamente un simbolo di purificazione, è la Madonna ad essere prodigiosa, all’acqua si attribuiscono, ad un’analoga maniera delle reliquie, la capacità, magari ingerendola o bagnandovisi, di sollecitare l’intervento della Divinità in proprio favore.


È un tema vasto quello della specializzazione dei santi nel curare determinati mali al quale qui accenneremo solamente. S. Biagio che si venera, non è un’esclusiva, a S. Biase, Comune di cui è Patrono, si dedica alle infermità della gola, S. Donato, il cui culto si pratica nella chiesa di S. Sebastiano a Roccamandolfi, è specialista nell’epilessia con speciale attenzione per i piccoli. Se queste sono delle sofferenze di singoli, vi sono pure problemi di salute collettiva. Rientrano in tale categoria i colpiti da terremoti e per prevenire questo evento catastrofico ci si appella a S. Emidio, ad Agnone è dedicata a Lui una apposita chiesa, e le epidemie, in particolare quella della peste. In tantissimi centri della regione vi è una cappella intitolata a S. Rocco, un vero e proprio santo anti-peste, un autentico specialista del settore; essa è ubicata fuori dal centro abitato poiché funge l’edificio di culto anche da sepolcreto degli appestati presupponendo che financo i loro cadaveri siano contagiosi e vicino ad un ingresso all’agglomerato immaginando la presenza della chiesa come uno scudo ad una eventuale replica della pandemia. Sempre in ottica comunitaria in una terra come la nostra dove in passato aveva un notevole peso la pastorizia per assicurare il benessere delle greggi si prega la Madonna della Transumanza
Il pellegrinaggio, cioè l’andare di persona al santuario, conferma, comunque, la sua validità quale pratica penitenziale attraverso cui si espiano i peccati commessi facendo diventare più forte la richiesta di aiuto alla Madonna. Seppur non fosse stato possibile raggiungerlo personalmente per invocare l’assistenza delle Entità Celesti è vera ingratitudine non recarvisi in caso di Grazia Ricevuta. Nel santuario, prendi S. Maria delle Fratte a S. Massimo oppure S. Cristina a Sepino, sono esposti gli ex-voto di coloro che hanno visto esaudita la preghiera e la quantità degli stessi aumenta il prestigio del santuario e conseguentemente la sua fama di essere in grado di appagare i desideri di chi vi si rivolga. Non c’è una gerarchia tra i santuari in questo senso, nessuna proporzionalità tra numero di frequentatori e di soddisfazioni delle aspettative di soccorso; del resto, se sono appese alle pareti del santuario le testimonianze di successo delle suppliche non è possibile conteggiare il quantitativo delle implorazioni indirizzate alle Deità, non vi sono segni votivi dai quali risalire agli appelli dei bisognosi di cura, corporea o spirituale, in definitiva il grado di successo dei voti. Vari ex voto riproducono gli organi anatomici, le parti del fisico umano risanate e a tale proposito occorre dire che esistono santuari specializzati per alcune malattie. La già nominata S. Cristina è preposta ai disagi mentali, alcuni pensano legati a possessioni demoniache.
la cui effige si trova riprodotta in svariati fabbricati di culto, segnalando, comunque, che non sono state realizzate chiese apposite per questa Madonna, l’architettura alla stregua di un ex-voto, adesso gigantesco. Finisce qui l’ampia digressione e si riprende il filo del discorso. Si evidenzia che tanto per gli ex-voto quanto per le teche che contengono le reliquie spesso si è di fronte a oggetti preziosi, sia per materiale utilizzato, gli ex-voto sono costantemente in argento non solo quelli dei miracolati benestanti bensì pure dei risanati poveri, sia per le fattezze artistiche, i reliquiari sono autentiche opere d’arte sacra come il braccio, autentico capolavoro di oreficeria della S. Cristina sepinate nel quale è custodito l’arto della Santa, facendo notare che la protezione è accresciuta dal fatto che sta in una cappella della ex-cattedrale di Sepino sottratta alla frequentazione quotidiana di fedeli e visitatori denominata significativamente Tesoro, un duplice sistema di tutela della reliquia. Tra tutti i santuari molisani in uno solo è previsto un apposito percorso penitenziale ed è quello di S. Angelo in Grotte dove vi è la Scala Santa che si sale in ginocchio, ben più faticoso e si immagina efficace per emendare i peccati del camminare scalzi come si fa nel pellegrinaggio di S. Liberato a Roccamandolfi a tratti.
Un santuario a scala regionale, Castelpetroso,
e uno a scala ridotta, S. Maria delle Fratte
Il santuario di Castelpetroso fu, meglio è stato, passato prossimo perché la sua consacrazione è avvenuta solo 50 anni fa, una novità assoluta nel Molise nel campo dei luoghi di culto extraurbani. Fino ad allora le architetture religiose ubicate nell’agro erano tutte di ridotta entità, con l’unica esclusione dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno, mentre ora con questo fabbricato fa la sua apparizione nel territorio rurale molisano un episodio architettonico davvero importante. Se è di rilievo, non solo dal punto di vista percettivo, rilievo fisico la questione volumetrica lo è altrettanto quella della larghezza della sfera per così dire di influenza che è estesissima. È, infatti, un santuario regionale mentre quelli sorti in precedenza sono di carattere locale. Alle volte “piccolo è bello”, non è che perché si è grandi si è necessariamente migliori, siamo passati dalla semplice constatazione dei valori dimensionali al raffronto tra le valenze semantiche dei due tipi di santuari, quelli maggiori e quelli minori. Essere di scala minima porta con sé il rapportarsi con una realtà circoscritta e ciò significa un incremento del sentimento di comunità, nei santuari di elevata, per così dire, stazza si allentano i legami comunitari, chi li frequenta proviene da orizzonti differenti, anche da località extraregionali,

il che fa si che gli individui che vi si recano in visita neanche si conoscano fra loro, gli incontri tra la generalità dei devoti sono limitati ai momenti del festeggiamento delle divinità, massimo un paio all’anno, non si stabiliscono rapporti duraturi, non vi è la condivisione, tramite il racconto o una semplice confidenza, di avvenimenti di vita vissuta, delle esperienze maturate nell’esistenza quotidiana e così via. C’è poi da dire che in un santuario nuovo come quello di Castelpetroso si entra in qualche forma di relazione con gli altri praticanti del tempo presente, non con le generazioni precedenti, mentre in un santuario “storico” ci si ricollega con i propri antenati i quali in vita lo hanno frequentato, cui ci si sente legati per la comunanza nella fede, una fratellanza, magari per ragioni di parentela si dovrebbe parlare di una “figliolanza” intergenerazionale. I santuari minori costituiscono spesso un fattore identitario, concorrono alla creazione oppure al rafforzamento dell’identità della società del posto. Si avverte da parte dei membri di un insieme sociale che abita quel territorio, da un lato, l’appartenenza a quel santuario in riguardo alla spiritualità, è ovvio i credenti, e, dall’altro lato, che non è il lato opposto evidentemente, che il santuario appartenga loro anche nel senso proprietario.
Quest’ultimo modo di sentire si riscontra, ma, si avverte, è un’eccezione, anche nell’attaccamento che hanno i sanmassimesi verso S. Maria delle Fratte, il proprio santuario, pur non essendo stato costruito dai loro avi bensì dai Cavalieri dell’Ordine di Malta quale ex voto in un epoca imprecisata, comunque molto lontana da quella odierna, un lasso temporale notevolissimo durante il quale sono stati gli abitanti di S. Massimo a prenderla in carico; l’ordine cavalleresco che è un ordine ospedaliero semmai ha continuato a presidiare il santuario si deve essere limitato ad assicurare l’assistenza ai pellegrini, un minuscolo fabbricato attiguo alla cappella, è la sua “ragione sociale”, peraltro tale ordine non ha un radicamento in questo comprensorio. Si è detto S. Massimo ma bisogna aggiungere Cantalupo e Castellone di Boiano i cui cittadini sono, erano, molto affezionati a questa Madonna agreste, tali 3 centri sono equidistanti rispetto al sito dove sorge la chiesetta; l’attaccamento delle 3 cittadinanze lo attestano le offerte finalizzate al rifacimento nel secolo scorso del pavimento, riportate in un cartello a ricordo della donazione che sta all’interno dello spazio sacro. In definitiva, S. Maria delle Fratte è un santuario comprensoriale, non semplicemente comunale,
un circondario delimitato a differenza del santuario di Castelpetroso che ha un respiro, territoriale, ampio che travalica pure i confini regionali, in qualche modo indefinito (da Pietramelara ci si va il giorno dell’Apparizione di Maria in pellegrinaggio valicando il Matese). Proseguendo il confronto: mentre S. Maria delle Fratte è baricentrica tra 3 nuclei abitati, il Santuario della Madonna Addolorata è al confine tra 2 diocesi, Campobasso e Isernia, e a proposito della confinazione dei perimetri diocesani questa non è un’esclusiva di Castelpetroso perché succede pure per S. Maria delle Stelle in agro di S. Angelo Limosano posta al limite fra le diocesi di Trivento e, di nuovo, Campobasso. È un requisito richiesto al santuario quello della sua centralità, quanto più è centrale tanto più è accorsato, che però cozza a rigor di logica con l’esigenza di separatezza al fine di garantire il silenzio necessario per la meditazione sul Mistero Divino, ma tant’è. Il santuario è opportuno che sia inserito in un’oasi di verde, un rimando all’Eden; particolarmente suggestivo è il parco naturale che circonda il Santuario di Canneto a Roccavivara. A S. Maria delle Fratte che è effettivamente fuorimano si prova una sensazione di solitudine al contrario del Santuario di Castelpetroso che è prossimo alla principale arteria viaria regionale. Quest’ultimo sarebbe dovuto essere realizzato più a monte, nel sito dell’Apparizione che è appartato, la dislocazione a valle rivela una voglia di visibilità, di dominio del “segno” religioso sul paesaggio che è a cavallo dei bacini del Trigno e del Biferno, rinunciando all’isolamento il quale serve ad assicurare la pace indispensabile per la concentrazione nell’atto del pregare.

Una gran varietà di santuari
Un santuario è anche un fattore di orgoglio strapaesano. La Madonna che si venera nel santuario presente nel proprio territorio comunale non è in condivisione con gli abitanti di altre zone, vi è una sorta di esclusiva in quanto a patronaggio, è patrona di quel popolo innanzitutto. È vero, vi sono delle eccezioni come quella di S. Maria delle Fratte a S. Massimo un tempo oggetto di pellegrinaggio da parte delle popolazioni di Cantalupo e di Castellone di Boiano, ma non sono tante. Ogni comune possiede una Madonna con la relativa chiesa, non si hanno Madonne in comune anche qualora i comuni siano vicini, occorrerebbe che la Madonna sia la stessa altrimenti, per assurdo, si avrebbe un luogo di culto in cui pur essendo unico vi si venerano più Madonne differenti, non è proprio possibile! La credenza delle 7 sorelle, 7 Marie che si traguardano a vista l’un l’altra a cominciare dall’appena citata S. Maria delle Fratte e a seguire S. Maria delle Macchie a Vinchiaturo, S. Maria ad Nives a Baranello eccetera eccetera rivela che si riteneva che fossero 7 Maria diverse poiché la loro denominazione è dissimile. Santuari pur prossimi che non avevano rapporti fra loro se non l’intervisibilità.

Le 7 sorelle è vero che sono in serie, ma è altrettanto vero che non costituiscono un insieme in quanto non vi è continuità territoriale nonostante la mutua prossimità. Poiché sono distaccate vicendevolmente ciascuna di Loro, meglio di esse in quanto stiamo parlando di santuari rappresenta un’isola di sacralità. In definitiva, non hanno niente in comune come magari sarebbe potuto essere un pellegrinaggio con un percorso che Le abbracci tutte e 7. Un santuario, inoltre, è motivo di vanto, il vantarsi di essere sotto la protezione di una divinità, non solo per una comunità ma pur per esponenti della classe dirigente del posto i quali vogliono far passare l’idea di avere con il santo/a protettore un rapporto privilegiato, quindi una relazione distinta e separata rispetto al resto della popolazione. È il caso di S. Liberato a Roccamandolfi, santuario in cui vi è la cappella sepolcrale della famiglia feudale dei Pignatelli i quali titolari di una pluralità di feudi scelgono proprio questo paesino alle falde del Matese per la loro sepoltura. Ciò al fine di sentirsi protetti oltre che nella vita terrena in quella ultraterrena da questo Santo Martire che nel XVIII secolo avevano, il Pignatelli di turno, il feudatario dell’epoca, voluto prelevare dalle Catacombe romane e trasportare in questa loro lontana terra.
l sepolcreto del predetto casato sta non distante dal “corpo santo” che qui è disposto in un sarcofago sovrastante l’altare. Pure i D’Alessandro hanno il loro patrono, non casualmente S. Alessandro che giace in una cappella privata, comunque accessibile al pubblico all’interno del castello di Pescolanciano e ciò, indubbiamente, porta prestigio a questi altrettanto plurifeudatari anche se non è meta di pellegrinaggio. Il possedere se non le spoglie per intero dei frammenti di qualche santo è qualcosa di cui essere fieri per una ecclesia ovvero una unità di fedeli. A S. Massimo vi è un pezzo di un dito del Vescovo di Nola, la restante parte del fisico è distribuito fra varie chiese tra cui la Cattedrale dell’Aquila. In questo modo, quello della frammentazione della struttura corporea suddividendola tra più entità ecclesiali porta alla moltiplicazione dei luoghi di culto del santo. Per evitare che si possano profanare le reliquie, la cui autenticità è sottoposta a verificazione nel tempo, con determinate cadenze esse si pongono in reliquiari, in genere elementi specifici di arredo sacro e, invece, a S. Massimo funge da custodia il busto stesso del Santo Patrono. C’è dalle nostre parti e forse anche altrove in giro per l’Italia un’alta se non eccessiva densità di santi, financo negli edifici di culto minori vi è spesso una teca con reliquie

e del resto dato che la santità dei Martiri è indiscutibile e che i Martiri delle persecuzioni romane furono tantissime, un martirio di massa, non era difficile recuperare alla bisogna dalle Catacombe parti del corpo, o il corpo per intero di qualcuno dei primi seguaci di Cristo primi martirizzati. Di santuari non ci sono solo quelli sorti in passato, ma anche di nuovi, dedicati non a santi di altre epoche bensì a santi anch’essi nuovi, da poco assunti alla gloria degli altari, personaggi vissuti in età contemporanea santificati di recente, maggiormente in sintonia perciò con la spiritualità odierna. È emblematica la costruzione del santuario a Forlì del Sannio, ancora non completata, in onore di S. Giuseppe Moscati il quale è un medico appena del secolo scorso, perciò non troppo indietro nel tempo, la cui santificazione è dovuta anche al fatto che possa essere, la sua vita cristiana, il suo impegno per i pazienti
poveri, di esempio da imitare da parte della categoria medica. Gli abitanti di Forlì sono compiaciuti dall’idea di avere un santuario nel proprio territorio la cui realizzazione costituisce un atto di pietà è solo secondario il fatto che può attrarre flussi di turismo religioso. Ci sono pellegrini che si recano a visitare reliquie in santuari anche distanti e reliquie cosiddette pellegrine le quali vengono condotte in tour che hanno toccato anche la nostra regione dimorando temporaneamente in edifici di culto nostrani, è successo con S. Rita da Cascia. Non deve sembrare una cosa strana, non vi è una relazione biunivoca tra reliquia e santuario, a S. Massimo S. Maria delle Fratte che non ha reliquie è un santuario, mentre la parrocchia che ha la reliquia del Patrono non è un santuario. Per non sbagliare si deve essere orgogliosi tanto delle reliquie quanto del santuario.
Il culto mariano si rinnova
Castelpetroso, il suo santuario, inaugurato negli anni ’70 del secolo scorso quindi recente, ha portato importanti novità nel panorama dei santuari molisani. Una di queste è il ridimensionamento degli altri santuari presenti sul territorio regionale, specie di quelli più vicini ad esso e ciò in termini di attrattività. Si prenda S. Maria delle Fratte a S. Massimo il quale in precedenza, precedentemente alla nascita del santuario di Castelpetroso, era accorsato anche da devoti di Castellone di Boiano e di Cantalupo come attesta il cartello interno alla chiesa elencante le donazioni effettuate a suo tempo per la ristrutturazione dell’edificio. Tanti di questi si devono essere spostati verso Castelpetroso, peraltro ad uguale distanza per gli abitanti di Cantalupo dalla Cappella, così viene chiamata, sanmassimese. Quest’ultima ha subito, è vero, una riduzione della propria sfera di influenza, ora limitata solo al perimetro comunale di S. Massimo, ma, comunque, non è sparita, almeno finché la struttura è stata in efficienza, come punto di riferimento religioso pur trattandosi del medesimo culto che è sempre quello mariano.

Un fatto unico ed eccezionale che contraddistingue il santuario di Castelpetroso e dal quale deriva la sua primazia sul resto dei santuari è che qui è apparsa la Madre di Dio. È un santuario cosiddetto di apparizione, non ve nè altri da noi, lo si ribadisce, l’apparizione più prossima è quella avvenuta a Foggia quindi fuori regione, nel primo caso la Madonna Addolorata, nel secondo la Madonna Incoronata. È significativo per quanto si sta per dire che quest’ultima è chiamata Madonna della Transumanza. Ambedue le apparizioni si sono verificate in siti contigui ai tracciati tratturali e ciò ci porta a pensare che ci sia un legame con la religiosità pastorale. La Madonna qui e lì è comparsa ai bambini che sono la fascia di popolazione più indifesa, per di più a dei pastorelli e i pastori sono la fascia di popolazione più umile. La chiesa dei poveri e nello stesso tempo la chiesa più ricca, s’intende dal punto di vista architettonico.
Con il riconoscimento dell’Apparizione da parte delle autorità ecclesiastiche viene avviata la sua edificazione con offerte di benefattori privati di estrazione sociale alta, dunque una iniziativa che non viene da una spinta popolare. La Chiesa, i suoi vertici, dà evidentemente avallo all’operazione avendo interesse a promuovere un culto universale qual’ è quello della Madonna per contrastare “particolarismi” in campo religioso i quali possono sfociare nell’affermazione di teorie sulla fede non conformi all’ortodossia cattolica. Occorre una precisazione circa la volontà della Chiesa di evitare la parcellizzazione devozionale, altrimenti potrebbe apparire come un’affermazione contraddittoria per quanto si sta per dire: per la dottrina ufficiale la Madonna una è e una rimane nonostante che cambi con frequenza l’attributo. Quella di Castelpetroso è la Madonna Addolorata per cui il santuario è meglio conosciuto come Santuario dell’Addolorata.

Le specificazioni al nome di Maria sono tante, ad esempio degli Angeli, del Soccorso, delle Grazie, ecc. e a tale pluralità di nomi corrisponde una pluralità di giornate in cui Lei viene festeggiata. Nel calendario sono riportate differenti date festive legate ai diversi momenti della vita di Maria, dall’Annunciazione alla Visitazione alla Purificazione ovvero la Candelora, all’Assunzione e ciò moltiplica le ricorrenze della Madonna per cui durante l’anno Ella è costantemente sotto i riflettori, per così dire, i fedeli sono invitati a pregarLa di continuo. Con un andamento altalenante facciamo ora un passo indietro, torniamo alla questione dell’Apparizione che si è detto essere un’esclusiva del Santuario di Castelpetroso, la sua ragione fondante, che lo distingue nell’universo dei santuari molisani. La gran parte dei santuari nostrani usa come calamita, per dirla in maniera scherzosa, per attirare i fedeli, le reliquie, si pensi a quelle di S. Liberato di Roccamandolfi comune confinante con Castelpetroso. Si sottolinea, ancora giocando, che i santuari mariani non possono, di certo, disporre, si insiste, di resti della Madre di Dio, non si vuol essere dissacratori, perché Ella è stata Assunta in Cielo, niente del Suo corpo è rimasto sulla Terra.
Al posto di reliquari in essi vi sono immagini dipinte del tipo della tradizione cristiana orientale o sculture riproduzioni a tutto tondo della figura della Madonna le quali, le prime e le seconde, hanno un valore sacrale. Tra le statue si segnala quella rinvenuta in prossimità di S. Angelo Limosano, santuario della Madonna delle Stelle e quella di Cercemaggiore, santuario della Madonna della Libera, ambedue stavano sottoterra, le quali rimpiazzano le reliquie; in questi manufatti scultorei si incarna in un certo qual modo la Divinità, stando di fronte ad essi ci si sente come stare al Suo cospetto. Infine, i santuari a volte sono al confine tra realtà territoriali distanti anche in riguardo agli ambiti diocesani: se il santuario di Castelpetroso è sulla “frontiera” tra le Diocesi di Campobasso e Isernia (e in relazione all’idrografia tra i bacini del Biferno e del Trigno) S. Maria delle Stelle è a cavallo tra quella di Campobasso e, adesso, di Trivento (i bacini sono sempre gli stessi), dunque i santuari quali fattori di coesione fra le genti.
Discordanze tra intitolazione delle chiese e santi che lì si venerano
Di santuari abbiamo diverse tipologie qui da noi, magari non nel senso proprio del termine, quello stabilito dal diritto canonico. I santuari sono secondo il modo di sentire comune, non, lo si ripete, coincidente in pieno con le disposizioni dell’ordinamento ecclesiastico, le chiese che sono oggetto di pellegrinaggio. Iniziamo, e ci soffermeremo a lungo su questo, da un tipo di santuario non usuale, il santuario urbano. Ve ne sono almeno due, legato l’uno alla devozione per S. Felice a Civitanova del Sannio e l’altro a S. Liberato a Roccamandolfi. La prima specificità, oltre a quella di essere situati in un contesto insediativo è che l’edificio di culto in cui i resti del santo sono conservati è intitolato ad un altro santo, in ambedue al santo patrono del paese, S. Silvestro a Civitanova e S. Giacomo a Roccamandolfi.

È ben strano che i pellegrini entrino in fabbricati religiosi dedicati ad un certo santo e rivolgano le loro suppliche non al “titolare” del luogo di culto bensì ad un santo diverso. Il santo del quale porta il nome la struttura chiesastica dovrebbe essere, a rigor di logica, quello oggetto di venerazione in via principale. Tale equivoco si spiega con il fatto che le chiese parrocchiali sono risalenti, il loro impianto originario, al periodo paleocristiano e già da tempo avevano assunto il proprio nome, il nome proprio, antecedentemente perciò alla traslazione al loro interno delle reliquie; seppure spoglie di personaggi antichissimi martirizzati dai romani, il loro trasferimento in queste chiese è successivo alla titolazione delle stesse, è un fenomeno di età molto più tarda per cui i predetti Martiri non potettero pretendere il cambio della denominazione della fabbrica sacra, sono pur sempre ospiti. Generalmente il nome della sede della parrocchia, di norma una, coincide con quello del santo protettore del paese, ma vi sono anche eccezioni, vedi S. Massimo ove la chiesa parrocchiale è dedicata a S. Salvatore, non a S. Massimo che è il patrono; è un caso particolare perché sarebbe stato troppo togliere l’intitolazione a Nostro Signore e neanche è ipotizzabile fare del Figlio di Dio il patrocinatore della comunità, sarebbe stato un capovolgimento dei ruoli essendo il patrono l’intercessore presso l’Entità Divina di cui Gesù è Egli stesso parte a favore degli abitanti del posto.
A S. Massimo dove vi è una falange del dito del Vescovo di Nola non si cambiò il nome della chiesa parrocchiale e, però, si cambiò il nome del comune, da Castello ad, appunto, S. Massimo con l’arrivo delle reliquie. Eppure appare più semplice mutare il nome di un edificio di culto che di un intero borgo; il cambiamento della denominazione non è tanto, ad onor del vero, per rendere omaggio al santo quanto per la genericità del precedente nome, Castello, il quale è privo di nessun’altra specificazione a differenza di ciò che accade nelle tante realtà insediative la cui denominazione ha quale suffisso la parola castello seguito da una specificazione di luogo, prendi Castel di Sangro e Castel del Monte, per citare i più celebri. Qui a Castello sarebbe stato facile aggiungere “del Matese”, ma così si sarebbe potuto confondere con Castello del Matese che sta nel versante campano. Tornando a noi, cioè alla questione del santuario urbano sarebbe stato troppo chiedere di cambiare il nome del centro da Roccamandolfi a S. Liberato, forse la denominazione della parrocchia si e al proposito c’è un precedente costituito da un ulteriore santuario urbano, quello di S, Cristina a Sepino. La ex-cattedrale ora parrocchiale si intitola S. Cristina della quale si custodisce, in un prezioso reliquario in argento, un arto della santa e non l’intero corpo come succede a Roccamandolfi con S. Liberato; nonostante ciò S. Cristina è una santa di maggior rilievo, se è


lecito fare una classifica fra santi, di S. Liberato del quale si riconosce il suo martirio, per il resto è sconosciuto, una specie di “milite ignoto” e ciò deve essere stata la giustificazione dell’attribuzione all’architettura religiosa sepinate del nome di S. Cristina. Edifici di culto dove vi è una sovrapposizione assoluta tra santo che lì si venera e intestazione della chiesa, per quanto stiamo per dire, della cappella la si ritrova specialmente in campagna, vedi S. Oto a Castelbottaccio; nell’agro il santo intestatario non ha comprimari e del resto in una chiesetta che è di dimensioni ridotte non c’è spazio per più altari, l’abside ha una superficie ristretta. C’è una puntualizzazione da fare e che si doveva fare prima ma che per non interrompere il filo del discorso che si sta seguendo non si è fatta è che il raffronto è stato istituito con S. Massimo poiché Comune confinante a Roccamandolfi. Per completare questa ampia dissertazione sul rapporto tra la titolazione della chiesa e i santi che vi si adorano, riscontriamo che a Roccamandolfi la discrasia fra le due cose si ripete due volte, della prima si è detto, la seconda la si espone ora: nella chiesa di S. Sebastiano si va principalmente per implorare S. Donato di guarire dall’epilessia il proprio bambino. Sarebbe interessante capire, lo si dice a latere, come la compresenza di più santi all’interno di una chiesa, aventi, è ovvio, pari dignità, ma la venerazione verso i quali da parte dei fedeli non ha pari intensità possa influire sull’organizzazione dello spazio sacro; il caso limite è il sarcofago di S. Liberato collocato sull’altare maggiore della parrocchiale di Roccamandolfi, il quale è anche visivamente il fulcro dell’architettura.
I cammini religiosi
Può capitare che i santuari siano dei luoghi, luoghi pii per dirla con esattezza, non delle chiese. Di certo occorrono sedi fisiche, è la natura consueta di un santuario, per officiare i riti, non basta uno spazio dove celebrare la messa all’aperto. Per intenderci qualcosa di simile ai “santuari della natura” in campo appunto naturalistico, nel caso nostro un ambiente ricco di una carica religiosa. Quel determinato posto acquisisce l’aura di santuario se lì si è svolto qualche avvenimento sacro, mettiamo un episodio della vita di un Santo o dello stesso Gesù. Nel caso di Nostro Signore si va a venerare quando si è in visita in Terrasanta il colle del Golgota a Gerusalemme proprio come se si andasse ad un santuario, non vi sono, né potrebbero esserci perché è Risorto, reliquie della Divinità come solitamente si trovano in un santuario ma sembra lo stesso di stare in contatto con l’Essere Divino; non si possono omaggiare i suoi resti mortali, baciare la teca che li contiene, si può, però, respirare la stessa aria che aveva inspirato il Cristo nella sua esistenza terrena.

Analogo sentimento, se è lecito paragonare cose piccole alle grandi, che si prova percorrendo qualcuno degli itinerari seguita da Santi del passato, è come se si stesse camminando insieme a loro; alcuni sono stati debitamente attrezzati per permettere lo svolgimento di trekking da parte degli escursionisti. Il più importante e quindi il più segnalato e segnato con tabelle segnaletiche è “Con le Ali ai Piedi”, il cammino francescano diverse tappe del quale interessano il Molise, con il Poverello di Assisi che è idealmente il compagno di viaggio; si tratta, se si condivide quanto detto in premessa, di una sorta di santuario lineare oppure in movimento. Ci si immedesima con S. Francesco provando la sua fatica nel procedere lungo il tragitto, seguendo i Suoi passi, non ci sono il saio o
altri oggetti appartenenti al Santo per sentirne la presenza al proprio fianco, niente che rimandi al santuario tradizionalmente inteso. Ovviamente il camminare è un’esperienza religiosa per i credenti e, invece, è semplicemente una camminata per i laici, magari avente interesse culturale poiché si ripercorrono antiche strade esistenti quando vi ci si incamminò quel personaggio storico salito dopo la sua morte alla gloria degli altari. La nostra regione è attraversata da vari Cammini oltre quello di S. Francesco, da quello di S. Camillo De Lellis che tocca Trivento a quello di S. Francesco Caracciolo che raggiunge Agnone a questo, questo interamente molisano, di S. Filomena, recentissimo, il quale ha avvio e termine a S. Elena Sannita.

Ci sarebbe, poi, la Perdonanza che però, è un Cammino che non è ancora stato formalizzato il quale investe S. Angelo Limosano posto dove presumibilmente ha inizio l’esistenza terrena di Celestino V e ha quale meta L’Aquila altra tappa decisiva della vicenda umana di Pietro Angelerio che qui è stato incoronato Papa. Si è portati ad attribuire a questo paese l’onore di aver dato i natali a Papa Celestino e non a Isernia che se ne contende la nascita e ciò perché si addice meglio ad un eremita come ambientazione delle sue origini in villaggio di montagna, S. Angelo L. è a oltre m. 800 di quota, piuttosto che una realtà urbana, se si trattasse del Figlio di Dio lo scenario appropriato è un presepe. A S. Angelo Limosano è facile suggestionarsi e considerare il borgo un ambiente venerabile, alla stessa maniera che se si stesse in un santuario, nonostante che Celestino V pur essendo un Santo non vi ha fatto miracoli. In qualche modo, seppure non vi abbia fatto niente di prodigioso, Celestino lo ha santificato con lo stesso fatto di esserci nato e di avervi trascorso la giovinezza. S. Angelo Limosano è un centro appartato che la modernità ha solo sfiorato, la sensazione che si ha è che il tempo lì si sia fermato, l’ambientazione giusta per l’ascetismo con gli asceti tipo Celestino V che amano il silenzio e la solitudine. Non è che nel Molise siano nati poi tanti santi per cui è un caso a sé stante per tale condizione rara di essere la patria di un Santo quella di S. Angelo Limosano.
Se fosse stato oltre che di nascita il posto di sepoltura di Celestino con la presenza del “corpo santo” S. Angelo si sarebbe configurato come un santuario nel suo insieme; tale situazione di un abitato di essere al contempo la località sia che Gli ha dato i natali sia il posto in cui è avvenuta la morte con conseguente tomba di un Santo lo si riscontra ad Assisi con S. Francesco la quale viene definita “città santuario”. Torniamo ai cammini dai quali siamo partiti per fare una specificazione: essi sono distinti tanto dal pellegrinaggio quanto dalla cosiddetta via sacra. I pellegrini intraprendono il loro viaggio a piedi per arrivare a un santuario, il Santo è lì ad attenderli, la percorrenza in sé non ha un carattere spirituale, è, su per giù, un mero incedere finalizzato a raggiungere la meta, anche se magari si recitano preghiere. Per spiegare cos’è la via sacra si offre quale esempio la Via Matris, ve ne sono due nella nostra regione, la prima sta sulla collina Monforte a Campobasso, la seconda nel santuario di Castelpetroso; il tema per entrambe è lo stesso, gli episodi della vita di Maria illustrati nell’un caso con bassorilievi, nell’altro caso con gruppi scultorei, il muoversi tra di loro è come scorrere le pagine di un testo edificante. Tre cose diverse, ma nello stesso tempo simili.

Pellegrinaggi transnazionali e pellegrinaggi nell’ambito locale
Che il Molise fosse interessato fin dal Medioevo dal passaggio di pellegrinaggi, di sicuro quello diretto verso il Gargano che è appena al di là del confine sud della regione, è un fatto certo e per un, ancora, certo verso fatto non da poco. Infatti rivela che anche noi, da un lato, siamo stati coinvolti dal fenomeno che ha riguardato tutta Europa della mobilità delle persone e quindi della frequenza dei contatti fra le genti del nostro continente e, dall’altro lato, che abbiamo vissuto una storia simile dal punto di vista della religiosità simile a quella del resto del Vecchio Mondo. In definitiva, non siamo stati una terra isolata, non soffrivamo nell’Età di Mezzo la condizione di separatezza che sentiamo attanagliarci oggi. Ci sono anche segni fisici che testimoniano questa unità continentale relativamente al pellegrinaggio ed è l’immagine del pellegrino con il bastone come si usava rappresentare l’Apostolo Giacomo che è scolpita in un risvolto del portale della facciata laterale della chiesa di S. Maria della Strada a Matrice, quel S. Giacomo ovvero Santiago il cui santuario a Campostela è raggiunto da tantissimi pellegrini di ogni nazione europea. L’effige di S. Giacomo vestito da pellegrino è una specie di insegna
che avverte che si è in presenza di un santuario, anche S. Maria della Strada lo è, qualsiasi esso sia. Sempre nella stessa chiesa di Matrice troviamo, stavolta sul portale principale, il bassorilievo nella lunetta raffigurante episodi secondo la studiosa Jamison di racconti tratti dalle chansons de geste, per inciso secondo una versione alternativa è che si tratti (da trattare non da trarre come prima, n.d.r.) della vicenda biblica del Profeta Giona. Si dice che questo genere letterario che è in forma orale nato in Francia si sia sviluppato proprio sulle vie di pellegrinaggio e la specificazione di luogo, strada, che accompagna il nome della Madonna nell’intitolazione dell’edificio religioso matriciano indica che lì passava uno dei cammini percorsi dai pellegrini. Pure in tempi odierni si percepisce questa unità dei cristiani a livello continentale sostanziata dalla frequentazione di santuari condivisi, non cioè appannaggio del solo territorio in cui ricadono. Se il santuario, parliamo dei santuari maggiori, quelli, per così dire, di scala sovrannazionale, è troppo distante dal luogo di residenza allora si procede a replicarlo, in piccolo, nelle vicinanze di casa.


A prescindere dall’evento miracoloso, peraltro simile a quello verificatosi a Lourdes, l’apparizione della Madonna e sempre a dei ragazzini, il santuario di Castelpetroso situato ai piedi del Matese è stato concepito a somiglianza di quello situato ai piedi dei Pirenei tanto che viene denominato usualmente Piccola Lourdes. Gli stessi caratteri architettonici sono simili, entrambi seguono i canoni dell’Eclettismo Storicistico adottando ambedue lo stile neogotico. Castelpetroso si può definire, pertanto, un “santuario sostitutivo” perché sostituisce il recarvisi, per chi non ha modo di effettuarla, la visita al santuario originale, appunto quello di Lourdes. Non ne è, comunque, una copia, ha una valenza propria che Giovanni Paolo II volle riconoscere insignendo questa chiesa matesina del titolo di Basilica Minore. Il Santuario dell’Addolorata, come è meglio conosciuto quello di Castelpetroso, è al fianco del tratturo Pescasseroli-Candela il che la dice lunga sull’afflusso dei pellegrini i quali si muovono rigorosamente a piedi. I tracciati adoperati per la transumanza sono lunghissimi collegando l’Abruzzo alla Puglia e di essi si avvale la frequentazione di importanti santuari quali quello di Montesantangelo e quello di S. Nicola di Bari, raggiungibili tramite la fitta rete di tratturelli che collegavano le “poste” assegnate ai transumanti al momento del loro “sbarco” nel Tavoliere in attesa di ottenere le “locazioni”, i terreni in locazione appunto dove trascorrere l’invernata, tante collocate nelle Murge. Non c’erano nell’antichità se si escludono le Consolari romane direttrici viarie continue di chilometraggio rapportabile a quello dei tratturi.
Altri santuari di portata anch’essi transnazionale sono raggiungibili, in genere, intersecando più itinerari stradali, non seguendo un’unica via; siamo di fronte, poi, a tragitti che variano a seconda delle condizioni meteorologiche causa a volte di frane o inondazioni capaci di provocare l’interruzione di quel determinato percorso. Si parla per le percorrenze delle epoche andate, poiché intercambiabili, piuttosto che di strade di una fascia di mobilità, fasci di canali di mobilità, entro la quale ricercare il tratto viario al momento percorribile. Le uniche vie di pellegrinaggio “stabili” sono le piste armentizie perché le sedi dei tratturi essendo demanio regio un bene di grande valore economico sono stabili. Punti fermi nel viaggiare sono le strutture ospedaliere che forniscono assistenza ai viandanti come l’ospizio, ha la stessa radice di ospedale, che c’era un tempo accanto alla chiesa rurale di S. Maria delle Fratte a S. Massimo costruita dall’Ordine dei Cavalieri di Malta, un ordine cavalleresco per l'appunto ospedaliero. Vi doveva essere una sequenza di simili attrezzature distanziate fra loro. S. Maria delle Fratte è un sito strategico perché qui virtualmente si toccano il sentiero di attraversamento del Matese e il tratturo. Ovviamente al santuario ci si reca da una pluralità di orizzonti per cui non vi è una traiettoria e basta da seguire, ci si incammina dove si può rimanendo i cammini privilegiati la via Micaelica e la via Francigena.
I pellegrinaggi transcontinentali

Se uno si fosse trovato a percorrere agli inizi del II millennio il tratturo Castel di Sangro-Lucera avrebbe potuto usufruire dell’ospitalità dei diversi, limitatamente al territorio molisano, conventi benedettini posizionati lungo il suo tracciato, in ordine S. Benedetto a Roccasicura, S. Pietro del Tasso a Carovilli, De Iumento Albo a Civitanova del S., S. Maria in Castagneto a Casalciprano, S. Maria di Casalpiano a Pietracatella, S. Eustasio della Vipera a Gambatesa. Lungo il tratturo citato si può approfittare di un servizio alloggiativo e ristorativo interamente benedettino anche se non è escluso che esistessero, almeno uno, la taverna di Pietracatella, nel medesimo percorso punti di appoggio gestiti da altri soggetti, religiosi o laici.
Come si vede vi era una sovrabbondanza di offerta di ricoveri per viandanti, anche se ci limitiamo solo a quelli forniti dai seguaci di S. Benedetto, addirittura più di uno per giornata di viaggio mentre ne basterebbero uno nella località di partenza e uno in quella di arrivo, una sosta intermedia non è strettamente necessaria. È ovvio, va sottolineato, che la distribuzione dei nuclei monastici non è legata all’esigenza di assistere, se non in via succedanea, i viaggiatori. Se ampliassimo lo sguardo abbracciando addirittura l’intero ambito continentale vedremmo la stessa cosa cioè che la rete delle abbazie benedettine è capace di garantire il ricovero di chi si sposta in giro per l’Europa, non per niente S. Benedetto è stato nominato protettore del Vecchio Continente.

È difficile oggi immaginare come la mobilità intereuropea fosse un fenomeno rilevante favorita dal fatto che all’epoca, siamo nell’altomedioevo, non vi erano frontiere, gli Stati nazionali erano di là da venire, appartenevamo tutti al Sacro Romano Impero o si era, come noi, sotto la sua stretta influenza. Un inciso, una riflessione che viene spontanea osservando la situazione di quel lontano periodo, si ricorda siamo intorno all’anno 1000, che la costruzione, peraltro faticosa dell’Unione Europea ha rappresentato in effetti un “ritorno al passato”. Lo avevamo già notato quando si è parlato del tratturo non ci si incamminava di monastero in monastero, non vi è una scansione esatta in lunghezza nella dislocazione delle entità monacali. Del resto le abbazie benedettine sono essenzialmente rurali mentre le mete se non si tratta di cammini religiosi erano spesso e volentieri le città poiché “piazze” per scambi commerciali, centri politici con rappresentanze diplomatiche deputate ai rapporti fra i vari governi, sedi universitarie cui convengono i clerices vaganti. Tra i motivi principali degli spostamenti vi erano i pellegrinaggi e non è detto, smentendo in qualche modo quello che si è detto poco fa, che i cammini religiosi sono confinati nei comprensori agresti. Infatti la Via Francigena, il più importante dei cammini per fede porta all’Urbe, la città per antonomasia che è Roma, la capitale della cristianità, non prima di aver annodato come un autentico filo le varie porzioni e i vari popoli d’Europa. La “città eterna” in cui vi è la tomba di Pietro è intesa come, con le sue 7 basiliche, un unico enorme santuario, una “città santa” ed i santuari, a prescindere se urbani o rurali, sono le destinazioni finali del peregrinare dei fedeli.
È da evidenziare che i conventi costituivano un supporto indispensabile per la vitalità di un santuario, quantomeno per garantire l’apertura quotidiana e ciò è facile verificarlo anche in loco, l’esempio è il Santuario di S. Maria della Libera a Cercemaggiore con l’annesso monastero. Da un po' i cammini religiosi che se a livello locale vivono una stagione di grande risveglio con continue riscoperte di tragitti devozionali, l’ultimo dei quali dalle nostre parti è quello di S. Filomena venerata a S. Elena Sannita, a livello transcontinentale si sono un po' appannati in quanto soppiantati dai collegamenti automobilistici e ferroviari con il “treno bianco” che è un mezzo usuale per raggiungere Lourdes. Va premesso che quanto si sta per dire adesso non riguarda il legame monastero-santuario bensì il rapporto tra monastero e “canali” di comunicazione di cui in parte si è parlato quando si è accennato alla funzione di “punto ristoro”. Vi sono monasteri la cui vocazione naturale è di luoghi di sosta magari per la presenza di una sorgente i quali stanno vicino a assi stradali di notevole valenza con intensi volumi di traffico rivelandosi utili per lo svolgimento di fiere e mercati; si ha in mente nel dire ciò a S. Vincenzo al Volturno, una autentica cittadella monastica, che è un polo mercantile per le merci che transitano sulla Via degli Abruzzi, l’unica congiungente tra le province abruzzesi e la capitale del regno di Napoli. Si coglie l’occasione di aver introdotto nel discorso S. Vincenzo al Volturno per aggiungere che l’Europa si è andata formando basandosi sugli incontri tra le persone che la popolano di frequente in moto come si è visto e anche attraverso i rapporti che si instaurano tra i membri di una congregazione monastica pur dislocati in unità monacali distanti che è la caratteristica dei Benedettini i quali seguono la medesima Regola garanzia di uniformità.

I contatti sono anche alle alte sfere, a livello superiore, un abate che ha retto l’abbazia di S. Vincenzo al V. era imparentato con un re di Francia. Tra le grandi Vie che solcano l’Europa continentale e insulare ce n’è una che interessa il nostro territorio, avvertendo che da ora in poi non ci occupiamo più di abbazie bensì solo di vie, essa è la Via Micaelica. La parola micaelica evoca S. Michele, il santo il cui culto sostituisce quello del dio Odino praticato dai Longobardi nella loro terra d’origine, la Germania. La Via passando per Mont Saint Michel in Francia e la Sagra di S. Michele in Piemonte raggiunge Montesantangelo sul Gargano, una diramazione tocca S. Angelo in Grotte, per poi attraversare il mare e arrivare all’isola di Sismi nel Dodecaneso. Pure S. Francesco è stato un santo di enorme rilevanza e vi è un cammino francescano denominato “Con le ali ai piedi” che taglia diagonalmente la nostra regione e, comunque, ciò non ci può portare ad affermare che il francescanesimo abbia lasciato un’impronta altrettanto significativa del monachesimo benedettino qui da noi non fosse altro che perché il Molise è essenzialmente rurale e i siti benedettini sono dislocati in campagna.
Il monaco e l’eremita a volte sono figure che coincidono
I Benedettini stanno nel mezzo temporalmente e spazialmente parlando tra le presenze monastiche registrate nel Molise. Probabilmente la questione temporale non riguarda l’eremitaggio il quale è un fenomeno, minoritario, che attraversa le varie epoche storiche, quindi è senza tempo ovvero atemporale mentre dal punto di vista spaziale gli eremiti scelgono quali luoghi di territorio davvero appartati al contrario dei seguaci di S. Benedetto i quali si installano sì in aree selvatiche non per isolarsi totalmente dal mondo ma soprattutto per civilizzarle. L’Ordine Benedettino ha quale areale di elezione la campagna che, ben si sa, è compresa tra la montagna, ambito non coltivabile in quanto occupato da boschi, pascoli e rocce, e i centri urbani dove solo in seguito faranno il loro ingresso altre organizzazioni monastiche, innanzitutto i Francescani. Ripetendo, quella Benedettina non è tra le diverse forme di monachesimo la prima ad essere apparsa da noi e neanche l’ultima, individualistica quella degli eremiti e collettivistica il resto. Si rimarca, inoltre, che le unità Benedettine hanno una collocazione territoriale intermedia tra gli eremi spesso ubicati in anfratti inospitali e i conventi, di congregazioni differenti, cittadini. Dal quadro generale che si è delineato si deduce che i Benedettini non avranno problemi di coabitazione con la restante parte delle realtà monacali perché non insistevano sui medesimi posti; i contatti, i rapporti fisici tra di esse erano

ridotti, i membri di queste distinte confraternite non avevano ragione di incontrarsi, costituivano, in altri termini, dimensioni a sé stanti. A volte si coglie un certo antagonismo, sia pure di natura spirituale, tra tali universi e ciò lo si nota in modo chiaro nel comprensorio che ricomprende l’abbazia di S. Vincenzo al Volturno, un’autentica cittadella monastica alla quale fa da contrappunto da molto vicino l’eremo di S. Michele a Foce, rimandando rispettivamente alla potenza della Chiesa attraverso la quale si intende celebrare la Gloria di Cristo e alla religiosità degli ultimi, due aspetti della fede cattolica che stanno fianco a fianco. Una osservazione per quanto riguarda il sito di S. Michele a Foce il quale è un’enorme spelonca è che le grotte sono utilizzate piuttosto quali sedi di culto,
vedi S. Angelo in Grotte, S. Lucia di Miranda, ecc. e, invece, qui vi è una cappella vera e propria provvista di un suo tetto seppure posta all’interno della predetta caverna; le persone dedite al romitaggio si ricoverano all’interno dell’ampio incavo il quale ha superficie sufficiente anche per proteggere dalle intemperie il bestiame durante l’alpeggio, vi è una raccolta d’acqua, oltre ad ospitare la chiesetta di cui sopra. S. Benedetto che idealmente alberga nel complesso abbaziale di S. Vincenzo al Volturno espresse critiche verso l’eremitismo, da un lato perché stare in perfetta solitudine ti allontana dal “prossimo tuo” per usare un’espressione evangelica e, da un altro lato, poiché occorre dedicarsi insieme alla preghiera al lavoro, un precetto condensato nella Regola ora et labora.

Gli eremiti privilegiano gli ambienti rocciosi, l’eremitaggio negli antri naturali è una peculiarità dei rilievi montuosi abruzzesi, in primis della Maiella dove essi sono più frequenti ma, come stiamo vedendo, ce ne sono anche qui da noi. È presumibile che qualcuna delle cavità, è un masso di roccia assai bucherellato, della Morgia del Brigante fosse occupato da un eremita, una presunzione legittima data la distanza ridotta con l’ “enclave” dei Celestini a Maiella di Trivento, un Ordine fondato dal futuro papa Celestino V, il santo eremita per antonomasia. I Celestini, alla lontana, sono una diramazione dei Benedettini e dai quali si distaccano per la loro scelta pauperistica radicale e il pauperismo è una vena sotterranea che percorre la comunità cristiana fino a giungere a giorni prossimi ai nostri come dimostra il fabbricato destinato a coloro che definiremmo anacoreti se fossimo in Oriente in agro di Sepino conosciuto con la denominazione di Conventino la cui costruzione, non finita, è opera di padre Anselmo, un frate in odore di santità per la gente del posto vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo. C’è, comunque, eremita e eremita, si chiamano eremiti, forse per la loro esistenza solitaria, i custodi dei santuari rurali come quelli di S. Maria de Fora a Campobasso, di S. Maria della Strada a Matrice, di S. Maria delle Fratte a S. Massimo dove è conclamata la loro funzione di preposti all’accoglienza dei pellegrini in un apposito spazio.
Piace rimarcare il caso di Morrone del Sannio in cui si riproduce, in qualche modo, il distacco evidenziato in precedenza parlando di S. Vincenzo al Volturno tra le due differenti tipologie di monachesimo, quello eremitico e quello conventuale, l’eremita che sta a S. Maria di Casalpiano, meta di pellegrinaggio nel giorno dell’Assunta cui l’edificio culturale è consacrata, a poche centinaia di metri dal convento di S. Nazario; tale distanza è emblematica ancora una volta, seppure in maniera meno accentuata, della dualità tra questi due modi di concepire l’esperienza di vita religiosa, se cenobitica, da cenobio quindi in comune, o ascetica. Potrebbe apparire un caso a sé, almeno per l’intitolazione, S. Maria del Romitorio a Campolieto perché nonostante sia stato un cenobio benedettino è indicato Romitorio, al contrario è ricorrente in quanto tutte le chiese elencate sopra, lo si ripete santuari agresti, erano dipendenti da cenobi che nel tempo si sono ristretti in quanto a numeri di frati che li componevano diventando romitaggi. Eremi particolari poiché non ubicati sui monti o in contesti rupestri bensì in comprensori extraurbani proprio come i monasteri benedettini da cui derivano. Da cosa nasce cosa, dalla separatezza della chiesa dalla realtà insediativa discende la condizione esistenziale di lontananza dal consorzio umano di colui che ne dovrebbe aver cura.

La differente sfera di influenza dei monasteri e degli episcopi
L’abate di S. Vincenzo al Volturno era sicuramente l’autorità indiscussa sia per quanto riguarda il potere temporale che quello spirituale nel comprensorio delle Mainarde. Si tratta di una zona dove manca un centro abitato di particolare rilevanza tale da poter assurgere al rango di sede vescovile. I monasteri benedettini così legati al lavoro, Labora, dei campi stanno nell’agro mentre la cattedra del vescovo sta solitamente in un agglomerato demograficamente consistente, con l’eccezione qui da noi di Limosano e Guardialfiera che sono poco più che dei villaggi. In una regione come la nostra essenzialmente rurale, Mussolini la definì “ruralissima”, nel classico dualismo che contrappone città a campagna è la seconda ad avere il ruolo principale nel senso che prevale nei rapporti economici, sociali e politici trascinando con sé la supremazia dei monasteri i quali sono, per lo più, “campagnoli” anche nel campo della vita religiosa nelle aree extraurbane, l’assoluta autorità dei vescovi è limitata alle aree urbane.

A proposito di ciò che si sta dicendo lascia dei dubbi Limosano perché essendo tanto prossimo al nucleo monastico dei Celestini, una derivazione dei Benedettini, può avere tale luogo subito l’influenza di quest’ultimo venendosi a determinare una sorta di convivenza, anche se a distanza, tra l’abate e il vescovo. Dal punto di vista dell’offerta dei servizi liturgici, conserva, comunque, la centralità la diocesi con le parrocchie le quali costituiscono degli autentici presidi dell’episcopato, mentre le abbazie le fiancheggiano, non primeggiano, nel compito di promozione dei precetti cristiani presso la popolazione che vive in campagna. È da dire che mentre le parrocchie sono disseminate ovunque, presenti in ogni comune non è così per i cenobi i quali nell’altomedioevo, il periodo cui ci stiamo riferendo, sono stati censiti in numero oscillante tra 50 e 100 così da non coprire l’interezza dei paesi molisani. È da aggiungere, sempre a proposito di questa, si fa per dire, competizione tra i superiori dei monasteri e i titolari del vescovato per quanto riguarda la primazia nelle realtà cittadine così come nel resto del territorio che essa proprio non si poneva nell’età paleocristiana, S. Benedetto è venuto dopo, per cui a evangelizzare il municipium d Terventum fu un vescovo, il suo primo vescovo S. Casto, un martire delle persecuzioni romane. I monaci, lo si ripete, si installano fuori dagli abitati, ma ciò non significa che essi escludono dal loro orizzonte
esistenziale le comunità che vi risiedono, perché, a volte, addirittura le generano; alcuni borghi dell’alta valle del Volturno, da Scapoli a Fornelli a Castelnuovo ecc. sono nati quali colonie, nel significato di abitati da coloni dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno. L’abate doveva fungere da una specie di feudatario che non ha la residenza, ovvero il castello, in loco, rimanendo nel complesso abbaziale; il maniero, un po' il simbolo del feudalesimo manca, immancabilmente si starebbe per dire, in ognuno di tali insediamenti. Un caso analogo, anche adesso non c’è una struttura castellana è quello di Civitanova del Sannio nei cui confini comunali insiste il monastero denominato De Iumento Albo. Può essere interessante notare che al contrario dei monasteri che decadono, tanto De Iumento Albo quanto S. Vincenzo al V., i borghi ai quali essi hanno dato origine permangono, una annotazione a margine. È da segnalare per la sua esemplarità, quella dell’accostamento, non proprio contiguità, a Montecassino è qualche chilometro, dei monasteri femminili e maschili della medesima congregazione benedettina, la località Arco di Pietrabbondante poiché nei paraggi del monastero per uomini di S. Eustachio, richiamato in una formella del portone d’ingresso alla “casa madre” cassinate, vi è il toponimo di S. Scolastica il che fa presupporre che ivi vi fosse un monastero per donne;

la sorella di S. Benedetto era in stretto contatto con il fratello per consentire loro di mettere a confronto le rispettive esperienze in materia di conduzione della vita monastica. Non si può non sottolineare l’orientamento/atteggiamento del monachesimo il quale ammette al suo interno pure il “gentil sesso” divergente da quello della Chiesa secolare la quale lo esclude dai suoi ranghi. I monasteri delle Benedettine prediligono quale ubicazione le entità cittadine in quanto siti meno a rischio di assalti banditeschi, del resto le monache non erano impegnate nelle lavorazioni agricole ma nelle tradizionali attività femminili della tessitura, ricamo e cucito. Nel cuore di Isernia è collocato S. Maria delle Monache. Oggi per via dell’espansione urbanistica la vocazione di alcuni monasteri, non solo benedettini, a stare in comprensori agrari non sempre è leggibile con facilità.
Laddove il fenomeno urbano si è andato intensificando ed è quanto è successo nelle periferie delle maggiori agglomerazioni residenziali si ha che l’urbanizzazione insegue da vicino o viene ad inglobare i monasteri. Il convento di S. Nicandro a Venafro è stato ormai raggiunto da una propaggine cittadina, quello di S. Giovanni de’ Gelsi a Campobasso non è stato accerchiato da nuove edificazioni unicamente perché è protetto dal vincolo cimiteriale, essendo ad esso annesso il camposanto. Si specifica che quale contraltare abbiamo che vi è una tendenza dei monasteri ad attrarre al loro intorno abitazioni, si prenda il monastero di S. Pietro a Campobasso in via Mazzini attualmente caserma dei carabinieri cui è affiancato un raggruppamento di case che prende nome in suo “onore” di Rione S. Pietro oppure il convento di S. Giovanni in Galdo a un lato del quale è sorta una fila di dimore che lo ha portato a ricongiungersi al nucleo urbano.
Degli antichi monasteri sono le loro cappelle
ad essere sopravvissute
Un monastero grande deve stare in un luogo pianeggiante, l’ubicazione classica di un centro monastico di consistenti dimensioni è in piano. Non fosse altro che per permettere la realizzazione del chiostro, l’elemento tipologico che caratterizza i conventi i quali presentano sempre un impianto a corte; è raro che vi siano corti, per così dire gradonate, succede qui da noi solo alla Grimalda di Pietracatella un cenobio benedettino poi trasformato in masseria. Non è conveniente avere dei saliscendi all’interno di un qualsiasi organismo strutturale abbia o meno la corte, rende scomodo lo spostarsi al suo interno, è una precisazione banale lo si ammette. In definitiva la situazione morfologica ottimale per un’abbazia di consistente dimensione è la pianura, c’è bisogno di superficie estesa su per giù piatta, cioè senza dislivelli, capace di contenere il refettorio, la cucina, la biblioteca, il chiostro, proprio come succede a S. Vincenzo al Volturno che sta nella piana delle sorgenti di questo fiume. In montagna, invece, il terreno è in pendenza per cui le unità monastiche non possono essere di una grandezza significativa, tutt’al più si può trovare spazio per costruire un cenobio.
Le comunità benedettine che stanno più in alto nella nostra regione sono due realtà monacali minime, entrambe dedicate a S. Nicola, santo orientale che ha influenzato i Basiliani, monaci anch’essi orientati alla ricerca dell’isolamento dal mondo; l’una è posta in un posto, scusate la cacofonia, denominato Fonti di S. Nicola, sul Matese e l’altra su Monte Capraro a Capracotta in località Valle Soda la quale essendo a circa 1700 metri di quota fa sì che tale presenza cenobitica sia quella che sta all’altezza maggiore nel Molise. Poiché entità volumetricamente ridotte esse nonostante l’altitudine non si impongono nel paesaggio, niente a che vedere, per intenderci, con l’abbazia di Montecassino che è visibile, non solo in quanto è in altura, per la sua mole eccezionale da assai lontano. Quanto appena detto in relazione all’assenza di visibilità dei due minuscoli invero “presidi” benedettini montani si accentua allo stato attuale poiché risultano essere ridotti a rudere e questo è il destino cui sono condannati oltre che i piccolissimi pure i grandissimi, ci si riferisce a S. Vincenzo al V., monasteri molisani.
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È una sorte comune, non dipende dalla loro taglia, forse è connessa alla lontananza da popolosi centri abitati. I conventi francescani i quali si installano dentro o alle porte dei nuclei urbani maggiori permangono anche dopo l’incameramento da parte dello Stato agli inizi del XIX secolo perché riusabili per ospitare attrezzature collettive, vedi i palazzi, prima edifici conventuali, S. Francesco a Agnone e a Isernia dove è allocato il municipio. Per la principale sede benedettina, S. Vincenzo al V., succede il contrario, sono i villaggi voluti dall’abate, annucleamenti minori ad avvicinarsi ad essa non l’opposto, popolati da suoi coloni, alla stregua di colonie. La considerazione appena esposta, si precisa, ha rappresentato una digressione e ora si ritorna al filone dei resti monasteriali, riprendendo da S. Vincenzo al V.. Questa che era un’autentica cittadella monastica si estendeva sulle due sponde del Volturno, altri sostengono prima sull’una poi sull’altra, non cioè contestualmente su tutte e due; se abbiamo testimonianze planimetriche del complesso in alzato rimane, anche se rimaneggiata in epoca recente, solamente la chiesa.
Ovunque è così, a Canneto, a Matrice, a S. Elia a Pianisi, a S. Giuliano di Puglia, i monasteri sono scomparsi e sono rimasti gli edifici di culto ad essi annessi con l’eccezione di S. Maria di Monteverde tra Vinchiaturo e Mirabello dove la badia, non la struttura originaria in toto, è sopravvissuta mentre la chiesa di S. Maria di Guglieto è ridotta ad un cumulo di pietre lavorate e di modanature architettoniche di pregio, solo in parte oggetto di un’operazione di anastilosi. Non si individua, dunque, una vera e propria regola tanto che del monastero De Iumento Albo a Civitanova del S. non resta né il fabbricato conventuale né l’architettura chiesastica salvo il bel campanile. Le chiese anzidette in quanto pertinenze di monasteri benedettini i quali costantemente stanno nell’agro gli unici, non ve ne sono altri, edifici di culto presenti in campagna; con la scomparsa dei monasteri esse hanno perso la loro ragion d’essere, era residuale e intermittente quella di fornire un servizio religioso alla popolazione che vive nel territorio rurale, succedaneo a quello di assicurare ai monaci la possibilità di celebrare messa e pregare, riti liturgici ai quali, è ovvio potevano assistere, e partecipare nel caso della recita delle preghiere, anche la gente del luogo.

Le chiese agresti sopravvissute alla scomparsa dei monasteri dovevano, si fa per dire, cercasi una nuova identità, la quale viene trovata nel trasformarsi in santuari; il raggio d’influenza, beninteso spirituale, di questi abbraccia un comprensorio più vasto che l’intorno agricolo in cui sono situati. Si citano tra le altre S. Maria della Strada a Matrice, S. Maria di Canneto a Roccavivara e S. Maria delle Fratte a S. Massimo. Per le prime due si aggiunge che i monasteri alle quali erano collegate insistono su posti in cui vi erano ville rustiche di età romana, sovrapponendosi a Canneto e giustapponendosi a S. Maria della Strada. A S. Vincenzo al V. data l’ampiezza dell’insediamento benedettino ben superiore a quello di una villa rustica la sovrapposizione è solo parziale, vi è una porzione dell’impronta del monastero che eccede la sagoma della villa. Si ha ovunque che le indagini sui reperti benedettini si intersecano con le ricerche sulle ville realizzate dagli antichi romani, archeologia classica l’una e archeologia medievale l’altra come “sfogliare” il passato strato per strato, uno strano effetto è quello che si prova nel visitare questi scavi archeologici.
I monasteri benedettini non hanno una regola (con la r minuscola perché con quella maiuscola ce l’hanno eccome, ben lo si sa) in quanto a ubicazione. Stanno preferibilmente in campagna ma se ne trovano, almeno uno, quello femminile di S. Maria delle Monache, anche in città, nel caso appena citato Isernia, e poi stanno in montagna, vedi il monastero di passo Crocella a Sepino sul Matese e quello di S. Egidio a Frosolone sulla Montagnola Molisana, sul litorale, S. Benedetto in Ripa Ursa e S. Martino a Termoli, sono in pianura, S. Maria del Vivario a Boiano e S. Benedetto Piccolo a Venafro, e vicino ai fiumi, S. Maria di Canneto a Roccavivara adiacente all’alveo del Trigno. Il monastero benedettino può trovarsi anche in un’isola, quella di S. Nicola nell’ “arcipelago” delle Tremiti.

Si tratta, quest’ultimo, di un monastero che sta fuori dei confini regionali e che, però, ha molti dei suoi possedimenti di terraferma situati in Molise. È extraregionale anche il monastero di Montecassino stando, appunto, a Cassino e, però, oltre ad essere vicino a noi ha moltissime sue dipendenze monastiche nella nostra terra. Esso si può definire poiché fondato proprio dal fondatore dell’Ordine la casa-madre dei Benedettini e la sua preminenza è, in qualche modo, sottolineata dalla sua posizione in cima a un colle stagliandosi solitario nel paesaggio, assai visibile per chilometri, lo si vede appena usciti dal confine regionale; la presenza della cupola della chiesa che è al suo interno lo fa assomigliare alla basilica di Superga, niente di più forte come immagine.
Va, comunque, detto che i Benedettini costruiscono i loro monasteri tanto in posizione dominante quanto in luoghi reconditi ed è il caso del monastero di S. Nicola posto nel complesso montuoso matesino collocato in una valle stretta, il vallone, perlappunto, di S. Nicola per cui non era percepibile da distanza. Vi sono, inoltre, unità monastiche, più propriamente eremi, quello di S. Michele a Foce a Castelsanvincenzo, rupestri, nel caso in ispecie sotto un riparo roccioso e ciò ci introduce al tema successivo, quello dell’indomito coraggio dei monaci di abitare in località addirittura pericolose, qui siamo sull’orlo di un pendio davvero scosceso. Bisogna pure sottolineare a proposito delle scelte localizzative dei Benedettini che si tratta costantemente, proprio perché siti connotati da grande naturalità, di contesti ambientali suggestivi e un esempio è la badia di S. Maria di Monteverde tra Vinchiaturo e Mirabello a quasi mille metri di quota la quale sorge su un verde pianoro punteggiato da querce secolari.
Non si sono citati finora tra le ubicazioni predilette dai Benedettini i tratturi lungo i quali si incontrano numerosissime presenze monastiche; ciò è altamente significativo se si tiene conto che i tracciati tratturali erano i principali canali di comunicazione del passato per cui lo stare in prossimità di questi primari assi di spostamento rivela una spiccata attitudine all’ospitalità di questi monaci che aprivano i loro monasteri ai viandanti, perfino ai nemici, nemico era Totila che fu ammansito da S. Benedetto, all’insegna del motto “hostis est hospes” (financo il nemico è ospite). Tale propensione all’accoglienza ci porta a non condividere la lettura che solitamente si fa di comunità monastiche quelle Benedettine che rifuggono dal mondo insediandosi in angoli appartati, scarsamente abitati ovvero in ambienti ostili, riscontrando, invece, che ì seguaci di S. Benedetto si ritrovano pienamente calati nella società.
Se essi installano le loro sedi in località selvagge è per “puro spirito di servizio” verso la collettività in quanto con la loro opera civilizzano zone inselvatichite, un fenomeno quello dell’espansione delle selve in forte crescita all’indomani della caduta dell’Impero romano. In sostituzione delle istituzioni pubbliche; all’epoca dell’antica Roma l’autorità governativa aveva in cura l’agro, lo dimostra la centuriatio promossa dall’Urbe nelle sue province che aveva interessato le pianure tendenzialmente paludose, ve n’è traccia nell’ager di Saepinum nella piana formata dal fiume Tammaro. Decaduta l’economia curtense basata sulla villae agricole tardo imperiali a cui, non per caso, si sovrapposero i nuclei monastici, come si può verificare a S. Maria della Strada, a Canneto e a Casalpiano, furono i Benedettini a ricondurre a colture le campagne abbandonate.

Dispiace che siano stati i Francesi durante la loro dominazione agli inizi dell’ ‘800, meritori in altri settori per le riforme che vi apportarono, ad abolire gli ordini conventuali compreso il Benedettino il quale aveva garantito per un millennio una equilibrata gestione del territorio rurale e senza il quale si perse una visione unitaria della conduzione dei fondi a causa della suddivisione delle loro proprietà terriere tra gli ex coloni con conseguente parcellazione dei campi, frammentazione degli appezzamenti che di certo non giovò all’agricoltura. Non solo i conventi furono soppressi ma fu abrogato pure il feudalesimo e con esso il sistema di governo conosciuto come l’ancien régime di indirizzo paradossalmente comunitario, in comune vi erano le estensioni boschive e i pascoli su cui gravavano gli usi civici consentendo
l’esercizio di attività forestali e zootecniche necessarie integrazioni al reddito dei contadini. Non c’era niente di collettivistico ovviamente, ciascuno zappava il suo fazzoletto di terra e, però, poteva usufruire, in concerto con gli altri componenti della comunità, dei beni che si ricavavano dal bosco e dai prati. È facile capire il senso di liberazione che dovettero provare i “servi della gleba” per la sparizione dei feudatari che spesso li angariavano, ma non è chiaro il perché si vollero togliere via le congregazioni monastiche se non che per l’ideale, e perciò un fatto ideologico, della laicizzazione dello Stato. A tutto ciò tentò di porre rimedio la borghesia ottocentesca la quale si adoperò per la costituzione di “poderi” di una certa ampiezza accorpando, acquistandole, le minute particelle in mano ai piccoli coltivatori. Le cooperative di età contemporanea hanno la medesima finalità.

I centri monastici nell’altomedioevo

Si pensi, per capire il peso che ha avuto qui da noi il monachesimo, ai due attuali capoluoghi di provincia popolati agli inizi del 1800 da così tanti monaci: a Campobasso vi erano, appena fuori dal centro abitato, andando in ordine da est a ovest i monasteri di S. Maria delle Grazie, i Celestini, le Carmelitane, S. Francesco della Scarpa, S. Pietro e un po' più in là quelli di S. Maria della Pace e di S. Giovanni de’ Gelsi; a Isernia nel nucleo antico vi erano le Benedettine di S. Maria delle Monache, i Francescani il cui convento è oggi il municipio, ai quali si aggiungono in un capo della città i Domenicani e nell’altro capo i Celestini. I monaci dovevano avere un ruolo importante non fosse altro che per il loro numero, nella vita di queste entità urbane. Quando nel Decennio Francese, siamo sempre agli albori del XIX secolo, si varò il primo provvedimento di soppressione degli ordini monastici erano passati oltre 1000 anni dalla comparsa nel nostro territorio di insediamenti monacali, i Benedettini furono gli antesignani, e la gente dopo un millennio si doveva essere ben abituata alla loro presenza per cui dovette risultare estraniante la scomparsa dei frati avvenuta peraltro in breve tempo, un decennio appunto.
Peraltro in quel periodo cominciava ad affermarsi in campo letterario il Romanticismo con il mito di un medioevo perlappunto mitizzato; i monasteri sono l’ambientazione di diversi romanzi in stile gotico a dimostrazione che il monachesimo esercita un fascino pervicace. La permanenza millenaria, lo si ripete, delle formazioni monastiche nel nostro territorio, come del resto altrove, deve aver condizionato, non può essere altrimenti, il sentire comune. È da considerare che i monasteri sono talmente antichi che precedono i borghi, S. Benedetto fondò i primi non molto dopo la fine dell’Impero romano mentre per la costituzione dei nuclei abitativi strutturati bisogna attendere l’avvento dei Normanni circa 5 secoli dopo i quali promuovono l’infeudamento e di qui la nascita di veri e propri aggregati urbanistici. È interessante osservare che le unità monastiche benedettine citate dalle fonti storiche erano un po' meno di 100, seppure solo di 45 di esse rimangono tracce, un quantitativo equiparabile a quello dei feudi che conosciamo essere un po' più di 100, per precisione 136, gli attuali comuni molisani.
È che la geografia è cambiata con gli agglomerati residenziali fortificati che prediligono le alture, preferenza che non si riscontra nelle scelte localizzative dei monasteri, alcuni dei quali si posizionano nelle piane, vedi S. Maria di Casalpiano a Morrone del Sannio e lo stesso S. Vincenzo al Volturno, siti di per sé difficilmente difendibili. È come se i Benedettini non avessero timore di aggressioni nemiche impiantando le loro “case” in luoghi non protetti adeguatamente da elementi fisici, dalla morfologia territoriale, mentre con la dominazione normanna gli abitati nei quali si coagula la popolazione sono arroccati in cima ai colli. La vera arma di difesa dei Benedettini era la fede, S. Benedetto riuscì a tenere a bada Totila con la mitezza. Comunque è da dire che il gran proliferare di realtà monastiche avvenne quando ormai si andavano esaurendo le ondate di invasioni barbariche lasciando devastazioni ovunque, e quella della ricivilizzazione dell’Italia fu la vera sfida per i Benedettini piuttosto che il contenimento dei Barbari. La loro azione tesa a favorire la ripresa della vita civile progressivamente, partendo dall’Appennino che è il baricentro della Penisola,

il loro fondatore è nato a Norcia e morto a Montecassino entrambe località poste nelle cosiddette aree interne, le zone che oggi giudichiamo le più svantaggiate, si estende all’intero spazio continentale europeo. È l’epoca di Carlo Magno il quale ritenne di poter avvalersi per l’unificazione del continente della maglia reticolare dei monasteri benedettini sostenendo la sua estensione. Essi ancorché fossero indipendenti erano in comunione spirituale, comunicavano idealmente e materialmente fra loro ancorché in maniera discontinua garantendo l’uniformità dell’organizzazione e ciò ben si associa in pieno con l’esigenza di unitarietà nel governo dell’impero, il solito problema degli imperatori. Rientra nei monasteri che ricevono benefici dall’autorità imperiale anche S. Vincenzo al Volturno nel quale, nello splendido ciclo di affreschi della Cripta dell’Abate Epifanio, si possono cogliere influssi dell’arte carolingia pur non ricadendo nei confini del Sacro Romano Impero. Fa gioco all’Imperatore la santificazione del lavoro predicata da S. Benedetto, il cui insegnamento è riassunto dal motto Ora et Labora, per la ripresa economica e civile del Vecchio, allora meno vecchio,
Continente insediandosi i Benedettini in ambienti incolti e da bonificare. La rete si crea da sé, non c’è niente di programmato né di programmabile, a tratti ha una tessitura lasca, a tratti fitta. Non esiste alcuna ripartizione prefissata delle aree dove edificare i monasteri così come non esiste una giurisdizione, con un neologismo, monasteriale simile a quella diocesana e da ciò ne deriva che non vi è un comprensorio definito, la maglia della rete di cui sopra, appannaggio di una certa abbazia e un altro di un’altra, ci sono casi, ovvero rimanendo alla similitudine con la rete, nei quali le maglie si intrecciano, le sfere di influenza si sovrappongono. A questo proposito l’esempio che si fornisce è quello di S. Angelo Limosano prossimo a Maiella di Trivento dove vi era una congrega eremitica dei Celestini, un ordine religioso derivato dai Benedettini, e nello stesso tempo non lontano da Faifoli, un luogo celestiniano perché qui Celestino V fu abate, e dal Convento dei Celestini di Ripalimosani, dunque 3 poli conventuali di riferimento che ci fa capire la complessità del tessuto monastico, anche se si ammette che è una situazione particolare data dal fatto che questo Comune è la patria di Pietro da Morrone.
La successione dei centri monastici
lungo i tracciati tratturali

L’area di gravitazione di un monastero non è assimilabile ad una ripartizione diocesana, sono due cose completamente diverse. Limitando l’analisi al Molise e all’Ordine dei Benedettini abbiamo che da S. Vincenzo al Volturno dipendevano tanto cenobi, la cosiddetta Terra Sancti Vincentii, dislocati nelle vicinanze, cioè S. Croce di Isernia e S. Pietro di Itria, quanto più lontano, quelli di S. Maria delle Monache, di S. Maria di Canneto, di S. Maria in Castagneto, fino, sta assai lontano, S. Maria de’ Pianisi. Al monastero di S. Sofia di Benevento facevano riferimento sia S. Maria di Sepino che sta nell’angolo sud-est della regione sia S. Maria di Melanico che, invece, sta a sud-ovest. Tale dispersione vale pure per il monastero di Montecassino che ha le sue dipendenze monastiche, in verità molto più numerose di quelle degli altri monasteri, sparpagliate qua e là nel territorio regionale, non formando un blocco unitario.
È un problema generale questo dell’unitarietà territoriale, se prendiamo il caso dei Celestini, una derivazione dei Benedettini, è difficile stabilire se un determinato ambito comunale posto a cavallo tra le medie valli del Biferno e del Trigno sia sotto l’influenza dell’abbazia di S. Celestino a Ripalimosani o di Maiella a Trivento. È difficile comprendere la logica che ha portato alla distribuzione sul territorio delle unità cenobitiche benedettine che in certe zone è molto rarefatta, si prenda il larinate e in tralaltre è estremamente densa, succede nel venafrano. Non si coglie alcuna regola, non la Regola Ora et Labora, nel senso di codice nella ubicazione delle presenze monacali, ci sarebbe stato da immaginarsi la costruzione di reti a maglie uniformi e, invece, a tratti sembra di intravvedere uno schema delle localizzazioni a maglie larghe, nel basso Molise, e, al contrario nel Molise centrale, a maglie strette. Sembra di vedere il formarsi di una costellazione di punti sparsi piuttosto che un’articolazione strutturale. Il mistero sulla logica perseguita si infittisce se si considera che capita di avere più di un centro monastico in un singolo comune, accade a S. Elia a Pianisi dove si incontrano S. Pietro de Planisi, S. Maria de Planis e S. Maria di Ficarola ma ciò dipende dall’estensione dell’agro da coltivare piuttosto che dalla dimensione demografica di quel paese.
Non c’è alcun rapporto con la popolazione insediata in quel tale borgo, non è, dunque, come per le parrocchie a ciascuna delle quali fa capo un determinato rione dell’abitato, non essendo i monasteri chiamati a offrire servizi religiosi, se non in maniera non programmata, alla collettività del posto. Ne segue anche che se non sono previste connessioni tra un certo settore urbano e quello specifico monastero così non è obbligatorio il legame tra quest’ultimo e il municipio nel cui perimetro amministrativo viene a ricadere. Neanche si colgono relazioni stringenti tra i monasteri che in serie sono allineati lungo lo stesso tracciato tratturale e lo dimostra la presenza in adiacenza del tratturo Castel di Sangro-Lucera sia di dipendenze di S. Vincenzo al Volturno sia di Montecassino, anzi si trovano ad essere intercalate tra esse, La sequenza è: S. Benedetto a Roccasicura (Montecassino) – S. Pietro del Tasso a Carovilli (S. Vincenzo al V.) – De Iumento Albo a Civitanova (Montecassino) – S. Maria in Castagneto a Casalciprano (S. Vincenzo al V.) – S. Maria di Casalpiano a Pietracatella (Montecassino). C’è una teoria (Prof. Raffaele Colapietra) suffragata da precisi riscontri che i feudatari con i feudi in prossimità di un medesimo tratturo stabiliscono fra loro intese strette data la facilità di spostamento fra i vari

domini feudali anche al fine di controllare la transumanza per il passaggio della pista tratturale, la principale arteria di comunicazione dell’antichità; la stessa ipotesi non è possibile né confermare né smentire per quanto riguarda i monasteri con i dati a disposizione relativi al periodo in esame che ora lo si rivela essere il primo secolo del primo millennio. Un punto di dubbio in proposito è proprio l’alternanza tra dipendenze di S. Vincenzo e di Montecassino. Tre sono i centri di irradiazione del monachesimo che ha prodotto la costituzione di cenobi qui da noi, due localizzati fuori regione, Montecassino e S. Sofia, e uno dentro, S. Vincenzo al V. e ciò lo si è assodato e adesso si precisa che il ruolo primario, del resto è stato il primo temporalmente, lo ha avuto Montecassino. Infatti, quest’ultimo monastero è stato fondato giusto dal fondatore dell’Ordine dei Benedettini, da S. Benedetto in persona. Ciò non significa, comunque, che sussista una gerarchia, neanche tutt’oggi, tra le abbazie, ognuna ha una propria autonomia. Una relazione di, in qualche modo, filiazione, beninteso non subordinazione, la si deve immaginare tra ciascuno di questi tre, per così dire, poli e le loro, definiamole così, emanazioni, quasi fossero sedi staccate piuttosto che dei meri nuclei monastici subalterni.
Tali entità satelliti, per usare un ulteriore termine atto a definirle, per la loro dimensione contenuta non erano in grado di favorire lo sviluppo di una vita spirituale completa ai monaci che vi risiedevano per l’impossibilità di essere guidati nella loro maturazione religiosa da abati, uomini evidentemente di grande levatura culturale e teologica, in contatto privilegiato con gli altri centri abbaziali presenti tanto a livello nazionale quanto internazionale. Lo studio dei testi sacri e del pensiero dei filosofi cristiani non era praticabile nelle piccole realtà monacali mancando qui giocoforza la biblioteca né erano oggetto, se non occasionalmente, di visite di illustri studiosi del credo cattolico. Ciò nondimeno i monaci dei diversi cenobi partecipavano all’elezione, al medesimo titolo dei confratelli dell’abbazia-madre, dell’abate, non c’era nessuno di un più alto in grado di un abate, una vera votazione democratica. Bella differenza con il “clero secolare” che ha un assetto piramidale con al vertice il Vaticano.
I Benedettini, la loro presenza così capillare nell’altomedioevo, ben si addice ad una regione come la nostra che è stata sempre prevalentemente rurale, nella quale i centri urbani veri e propri sono scarsi. I Francescani, un Ordine nato nel bassomedioevo, invece hanno sempre avuto la predilezione per i nuclei insediativi maggiori in quanto hanno come finalità l’eseguire opere di carità, è più facile raggiungere i poveri negli agglomerati grandi, altrove data la bassissima densità abitativa dell’agro, stanno sparpagliati. Del monachesimo originario che si identifica quasi totalmente, salvo l’eremitismo, con i monasteri benedettini i seguaci di S. Francesco conservano il vivere in comune, ma non altre caratteristiche come, tra le più considerevoli, la stabilità, cioè il permanere del monaco nella medesima unità monastica vitanaturaldurante; tale regola venne rigorosamente rispettata a S. Vincenzo al Volturno abbazia che venne riabitata dopo le devastazioni subite da parte dei Saraceni.

Ovviamente, se i frati francescani vanno e vengono i loro conventi rimangono lì, è un capitale fisso prezioso. Anche se non si può parlare di evangelizzazione, operano, almeno nel nostro continente, in zone già cristianizzate, i Francescani impartiscono l’insegnamento del credo cattolico sia sul posto sia altrove perché essendo predicatori devono spostarsi, non stare nel medesimo luogo. Le loro chiese sono molto ampie e in genere sono adiacenti ad una piazza, punto di raduno della cittadinanza, vedi Campobasso e Isernia. Le chiese francescane stanno un po' ovunque, a Limosano, Larino, S. Martino in Pensilis, S. Elia a Pianisi e così via. Una brevissima digressione, a Isernia vi era anche un convento dei Domenicani, anch’essi predicatori, distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, che si mantiene alla “debita distanza” di 500 metri da quello dei Francescani, una sorta di patto tra gentiluomini seppure in tonaca.
Se le chiese di molti di questi conventi dei Francescani sono, di frequente, ancora officiate, i conventi, ancora di frequente non svolgono più la funzione originaria. A differenza dei monasteri benedettini ormai abbandonati comprese le loro chiese perché stanno in campagna, quelli francescani risultano tutt’ora agibili e, però, hanno cambiato destinazione funzionale in quanto la loro posizione all’interno dell’abitato li ha resi appetibili quali sedi di attrezzature collettive. Addirittura nel tempo sono mutati gli utilizzi dimostrando una intercambiabilità notevole. Ad esempio il convento di Castropignano all’inizio era scuola e poi diventò pretura; a seguito della riforma dell’amministrazione giudiziaria le preture sono state soppresse insieme alle carceri mandamentali per cui oggi è un immobile inutilizzato. Il carcere appena costruito ha dovuto, prima ancora di entrare in esercizio quale istituto carcerario cosa che non è mai avvenuta comunque, subire la mutazione in scuola la quale, lo abbiamo visto, aveva dovuto traslocare dall’ex convento per far posto alla pretura, un bel guazzabuglio.
I conventi sono, per così dire, multiuso, con l’uso prevalente di residenza collettiva: a Trivento e Montefalcone il convento è stato adibito a casa di riposo femminile, ad Agnone mista, a Cercemaggiore, adesso non più, è stato un orfanotrofio gestito da suore, a Colletorto fino a pochi decenni fa è stato educantato femminile, a Boiano e Isernia municipio. L’utilizzo più classico dei fabbricati monacali è quello di museo, così a Venafro il monastero di S. Chiara e a Isernia il complesso monastico di S. Maria delle Monache. Si è detto in precedenza che i monasteri che sono sopravvissuti come strutture architettoniche sono quelli cittadini e perciò quelli francescani e, però, va specificato che accanto a questi si sono salvati pure alcuni, diciamo così campagnoli e perciò monasteri benedettini. La badia di Melanico a S. Croce di Magliano era stata adattata a masseria agricola, con la cappella che aveva funto da granaio mentre a Pietracatella della
Grimalda, antichissimo cenobio, si è recuperata esclusivamente la cappellina adattata a garage, ricovero di mezzo agricolo, cui si accede mediante una nuova entrata in maniera diretta dall’esterno, senza passare, cioè, per la corte verso cui volgeva prima il suo ingresso;questa apertura recente viene ad alterare l’immagine della unità monastica che è quella di un volume chiuso all’esterno, con gli accessi centralizzati in corrispondenza della corte. Ci si rende ben conto che si sta polemizzando per un’alterazione tutto sommato reversibile e, invece, il crollo del resto dell’organismo murario compresa la torre è irreversibile. A S. Vincenzo al Volturno la chiesa abbaziale per via di lavori di restauro è in perfetta efficienza, il problema è che vi sono troppe poche suore a risiedervi con conseguenti, in proporzione al numero di religiose presenti, esorbitanti costi per il suo funzionamento, prendi quelli per il riscaldamento.

Vi sono, inoltre, assegnazioni di funzioni allo stabile conventuale non appropriate, perlomeno rispetto alla sua capienza. Si è dovuto a Sepino e Casacalenda realizzare un’integrazione volumetrica per renderli dimensionati per farne convitti studenteschi. A Frosolone si è voluta aggiungere, un lavoro lasciato incompleto, una sala convegni entro-terra, fuori-terra sarebbe stata troppo impattante in quanto in stretto contatto con l’architettura monastica. È un caso limite quello di S. Cosmo e Damiano a Isernia, un sito di eremitaggio stravolto dalla realizzazione di un immobile pluripiano per l’accoglienza dei pellegrini. Passiamo al capoluogo regionale: dei vecchi monasteri
dopo l’incameramento da parte dello Stato agli inizi del XIX secolo non è rimasto nulla, si è sfruttato solo il loro sedime non le murature in quanto danneggiate dal contestuale terremoto con il Convitto costruito lì dove c’era S. Francesco della Scarpa, il Municipio al posto dei Celestini, l’Ospedale e la Prefettura che sostituiscono rispettivamente S. Maria delle Grazie e le Carmelitane. Infine si segnala che sono in corso tentativi di rinascita di antichi monasteri attraverso un rinnovato monachesimo e le esperienze più significative sono quella a S. Maria della Libera a Cercemaggiore, a Canneto, a S. Vincenzo al V. e fino a qualche anno fa a S. Cosmo e Damiano a Isernia.