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Campitello tra urbanistica e architettura

Cominciamo in questo breve excursus sull’architettura per il turismo dall’alto, dalle quote più alte per scendere subito dopo in basso, alle quote più basse. Uscendo dall’oscurità di questo preambolo esplicitiamo che inizieremo dalla montagna e passeremo successivamente alla costa, i due estremi altimetrici del territorio, non si può andare né più su né più giù.



È a Campitello che si sperimenta per la prima e unica volta nella nostra regione la formula della megastruttura: nella sua parte centrale, quella che ne costituisce il cuore non solo perché sta al centro dell’insediamento ma anche perché è la più consistente volumetricamente, c’è la “massa” (l’unità di misura è la quantità di materia e non di volume, concetti della Fisica) maggiore, i vari corpi di fabbrica sono pensati in maniera coordinata a formare un unico complesso edilizio. Si tratta dell’insieme Montur, a valle, le Verande e Khandar, a monte, collegati fra loro, il primo con i secondi due, tramite un ascensore inclinato. Nei residence che stanno sopra è collocata la, per così dire, “zona notte” con i mono - bi e tri-locali che sono, appunto, le camere da letto, mentre sotto, a livello del piazzale, vi è la “zona giorno” con la galleria commerciale e il ristorante il quale è a servizio dei residenti, i proprietari degli alloggi, e dei visitatori. È una disposizione dei volumi in qualche modo gradonata, una gradonatura non “esatta” nel senso che c’è uno iato, il pendio è lasciato a verde, tra la componente avanzata e quelle arretrate, sia l’una che le altre disposte in piano, alla base del pendio e in cima. Al suo posto, lo si fa notare per inciso, si sarebbe potuto optare per la costruzione di un unico fabbricato di elevazione uguale alla somma dell’altezza del Montur e quella di uno dei residence (sono parimenti alti), una soluzione simile quella delle torri del Sestriere inglobante i sevizi, al pianterreno, e i soprastanti appartamentini concepiti alla stregua di suite di un grand hotel; l’impatto sul paesaggio sarebbe stato devastante. Neanche a parlarne della suddivisione della volumetria in tantissimi pezzi al fine di limitarne l’incidenza visiva; non è possibile per evidenti questioni logistiche (lontananza dalle piste, sgombro neve, ecc,). In località vocate al turismo di massa qual è Campitello le “seconde case” devono essere per la loro stessa natura accorpate in stabili “plurifamiliari”.



Non sono contemplate per questo tipo di flusso turistico case isolate ed, in effetti, il Villaggio EPT è nato prima dell’esplosione del fenomeno popolare della vacanza in montagna; le villette furono pensate per la villeggiatura in altura del ceto borghese. A Campomarino il modello delle palazzine sostituisce quello dei residence per quanto riguarda i fabbricati multipiano ed hanno una rappresentanza significativa seppure residuali in epoca di turismo dei grandi numeri i villini unifamiliari. La località marina non è frutto di una singola iniziativa costruttiva presa da un’unica impresa come Campitello bensì di una pluralità di operatori edili. Siamo di fronte a interventi realizzativi la cui minore consistenza fisica commisurata a quelli della stazione montana è rapportata alla capacità economica di piccoli imprenditori, per lo più della zona, invece il centro matesino è sorto con i capitali di un grosso gruppo imprenditoriale forestiero. A Campitello architettura e urbanistica hanno viaggiato congiuntamente, la planimetria del piano regolatore, a diversa scala, è la planimetria del progetto architettonico che si è realizzato, il pianificatore è lo stesso progettista quasi che la pianificazione urbanistica fosse stata commissionata dalla ditta e non dal Comune; tale fatto rappresenta una unicità nel panorama molisano, un modo nuovo di concepire la trasformazione dei luoghi. Il Piano Regolatore Generale di Campomarino è per il Lido un’operazione abbastanza tradizionale; esso equivale ad un Piano Particolareggiato assimilabile, in questo caso, a un piano di lottizzazione, niente di innovativo, con la forma degli edifici nei diversi lotti lasciata alla libera scelta dei proprietari delle aree. Le differenze tra Capitello e Campomarino non si esauriscono solo nell’omogeneità dell’edificato, presente nel primo e assente nel secondo, riguardando pure il rapporto tra organizzazione urbanistica e morfologia dei luoghi, l’uno mosso e l’altro piatto: a Campomarino gli immobili sono inseriti in una scacchiera regolare che per la sua uniformità non è percettivamente stimolante, a quest’ultimo riguardo il suolo piano costituisce una penalizzazione e non un vantaggio, lo è per la facilità di edificazione, a Campitello la disposizione delle masse edilizie segue l’andamento orografico ondulato e ciò conferisce vivacità all’insediamento. Finora si è parlato delle differenze ed ora vediamo ciò che le unifica ed è l’essere coeve. Ambedue sviluppatesi negli anni ’70 quando la cementificazione ha prodotto lo sconvolgimento dei lineamenti ambientali di tanti siti, montani e marittimi. La valorizzazione turistica di queste località ha causato la degradazione delle valenze naturalistiche riducendone, parallelamente, quelle qualità paesaggistiche sulle quali si fonda la loro attrattività. È un po’ la storia del gatto che si morde la coda. Campitello e Campomarino hanno anche qualcos’altro in comune che è l’essere due villaggi ex-novo, due centri di nuova fondazione il cui unico precedente illustre è il Borgo Murattiano di Campobasso che, però, risale a un secolo e mezzo prima, per il resto nel Molise non sono presenti ulteriori aggregati insediativi sorti dal nulla. Condividono, infine, la natura di unità urbane specializzate, definibili monofunzionali e la funzione è il turismo, non vi è niente di simile nel panorama regionale.

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